DAVIDE CEDOLIN "Ligurian pastoral vol.II"
(2026 )
Con ''Ligurian pastoral vol.II'' Davide Cedolin prosegue un discorso che non ha nulla di nostalgico nel senso comune del termine: piuttosto, sembra il tentativo, ostinato e paziente, di abitare il tempo, di rallentarlo fino a renderlo nuovamente respirabile. Se il primo volume tracciava le coordinate di un immaginario bucolico ligure, questo secondo capitolo ne approfondisce la sostanza, ampliandone lo spazio sonoro e rendendo più porose le sue frontiere.
Il disco nasce tra registrazioni domestiche e field recordings, ed è costruito come una geografia emotiva più che come una raccolta di canzoni vere e proprie. Il folk ambientale di Cedolin si muove secondo logiche non lineari: i brani sembrano emergere dal paesaggio, non iniziare né finire davvero. La presenza di collaboratori (contrabbasso, piano, violoncello, chitarre elettriche e acustiche) non tradisce mai l’intimità del progetto, ma la rende più articolata, come se più punti di vista osservassero lo stesso panorama.
''Tawny ground the light at dusk burns'', brano d’apertura, stabilisce immediatamente il metodo dell’album: suoni d’ambiente, arpeggi lenti di chitarra, un contrabbasso che entra in punta di piedi. Non è un’introduzione narrativa, ma una soglia. La musica non descrive il crepuscolo, lo contiene. Il tempo si dilata fino a perdere funzione metrica, diventando pura durata.
''Acquasanta'' è invece un episodio più breve e apparentemente più “melodico”, ed introduce una dimensione quasi rituale. Le corde scorrono limpide, mentre il piano suggerisce un moto sotterraneo. È uno dei momenti più accessibili del disco, ma anche uno dei più austeri: non offre consolazione, piuttosto compostezza. In ''Punta Martin'' il panorama si fa invece verticale: l’ingresso delle chitarre aggiuntive e delle tessiture più dense restituisce la sensazione dell’altitudine, del vento che modifica la percezione dello spazio. Il brano cresce senza esplodere mai, accumula tensione e la lascia sospesa.
''And then the beech starts to grow'' è uno dei passaggi più narrativi del disco. La crescita evocata dal titolo è rispecchiata nella struttura: evoluzione lenta, ciclica, quasi organica. La musica sembra “radicarsi”, ripetendo figure minime che cambiano impercettibilmente. Arriva poi ''Chiama'', brano-ponte, breve e concentrato. Il titolo suggerisce una voce che chiama, ma senza risposta. Qui Cedolin lavora per sottrazione estrema, lasciando spazio ai silenzi e a micro-eventi sonori. È un punto di rarefazione necessario.
''Amodal Roots pt. II'' è il cuore emotivo del disco. Il violoncello introduce una dimensione più corporea e drammatica, quasi liturgica. Non c’è traccia di melodramma: la tensione resta contenuta, come se la musica cercasse una radice modale più che una risoluzione armonica. Tocca poi ''Pratorotondo'', un ritorno alla contemplazione. Il brano appare come una fotografia sbiadita, osservata a lungo. Le linee melodiche sono semplici, ma cariche di una malinconia asciutta, mai sentimentale.
In ''Forest is for rest'' il disco si concede uno dei momenti più enigmatici. Il dialogo tra strumenti crea una sospensione notturna, quasi onirica. La foresta non è luogo di mistero, ma di riposo: uno spazio dove la musica può finalmente fermarsi. ''Log piles, pale sky, long nights and a fireplace'' è la chiusura breve e domestica. Più che un brano, è un gesto conclusivo: restituisce l’idea del rifugio, del calore trattenuto dopo il viaggio. Non chiude il disco, lo lascia sedimentare.
''Ligurian pastoral vol.II'' è un lavoro che rifiuta programmaticamente l’urgenza. Richiede ascolto lento, presenza, disponibilità all’attraversamento. Davide Cedolin non cerca di rinnovare il folk, né di destrutturarlo: lo riporta a una funzione primaria, quasi antropologica. È un disco che non racconta storie, ma luoghi interiori, e che riesce, con rara coerenza, a trasformare il paesaggio ligure in un linguaggio musicale autonomo e profondamente personale. (Andrea Rossi)