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GIULIO CECCHI  "UnOriginal - Julian Bream's unpublished guitar transcriptions"
   (2026 )

C’è una sottile ironia nel titolo ''UnOriginal'': un disco che dichiara fin da subito di muoversi nel territorio della trascrizione, dell’eredità e del dialogo con il passato, ma che finisce per rivelare una personalità interpretativa chiarissima.

Giulio Cecchi affronta le trascrizioni inedite di Julian Bream non come un esercizio di filologia devota, bensì come un atto di continuità viva, in cui l’originalità non nasce dall’invenzione ex novo, ma dalla qualità della visione.

Il cuore del progetto sta proprio qui: Bream non è solo una fonte, ma un interlocutore. Le sue trascrizioni – pensate per la chitarra ma rimaste a lungo ai margini del repertorio – portano con sé un’idea precisa di suono, di equilibrio tra le voci, di teatralità misurata. Cecchi sembra comprenderlo profondamente e sceglie di non “modernizzare” né di musealizzare questo materiale. Il risultato è una lettura che conserva il respiro storico delle pagine ma al tempo stesso le restituisce come oggetti sonori pienamente presenti.

Dal punto di vista timbrico, il disco colpisce per l’estrema cura del colore. Cecchi lavora sul tocco con una tavolozza ampia ma sempre controllata: i bassi sono rotondi e ben proiettati, le voci interne emergono senza rigidità analitica, mentre il canto è fluido, mai compiaciuto. È una chitarra che parla con naturalezza, evitando tanto l’enfasi quanto l’asettica perfezione da laboratorio.

Particolarmente riuscito è il modo in cui vengono gestite le architetture polifoniche. Le trascrizioni di Bream, spesso ingegnose e talvolta audaci nelle soluzioni chitarristiche, richiedono un equilibrio sottile tra chiarezza e cantabilità. Cecchi non forza mai la mano: lascia che le linee respirino, accetta una certa fragilità del suono quando questa è coerente con il discorso musicale, e dimostra una maturità interpretativa che privilegia il senso formale sull’effetto immediato.

Il disco, nel suo insieme, possiede una coerenza narrativa notevole. Nonostante la varietà dei brani e delle provenienze stilistiche, ''UnOriginal'' si ascolta come un percorso unitario, quasi un saggio musicale sull’idea di trascrizione come spazio creativo. In questo senso, il titolo diventa una provocazione intelligente: ciò che è “non originale” per definizione si trasforma, nell’atto dell’esecuzione, in qualcosa di irripetibile.

Cecchi evita con decisione l’atteggiamento celebrativo. Non c’è mai la sensazione di trovarsi di fronte a un tributo deferente o a un’operazione nostalgica. Al contrario, il disco funziona proprio perché mette in luce una continuità di pensiero tra interpreti, una linea ideale che attraversa la storia della chitarra del Novecento e arriva fino a oggi senza perdere vitalità.

''UnOriginal'' è dunque un lavoro che parla soprattutto agli ascoltatori attenti: a chi ama la chitarra come strumento di pensiero musicale, a chi riconosce nella trascrizione non un ripiego ma un’arte esigente. Un disco discreto, intelligente, profondamente musicale e, paradossalmente, assai originale proprio nel suo rifiuto dell’originalità ostentata. (Andrea Rossi)