recensioni dischi
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PINHDAR  "Comfort in the Silence"
   (2026 )

Cos’è nell’arte la contemporaneità? Un “credo” imprescindibile? Una cifra stilistica da perseguire per andare a braccetto con l’avanguardia oppure, semplicemente, uno spontaneo modus-operandi che si adotta per rendere la propria musica decisamente moderna?

Beh, le interpretazioni sono molteplici, però il duo milanese dei Pinhdar, col nuovo album “Comfort in the Silence”, ha saputo ulteriormente attualizzare il loro già stra-interessante sound per portarlo verso altezze apicali, con echi che giungono anche nei lobi anglosassoni e che li ha portati, di conseguenza, a firmare per la pregevole label Fruits de Mer Records.

Con le 8 portate dell’opera, Cecilia Mirandoli e Max Tarenzi sfruttano al meglio il loro talento, portando in passarella alchimie di oscuro trip-hop, associato a flussi di dark-wave e spostando trovate sonore verso mondi in celluloide, capaci di figurar bene, talvolta, anche come potenziali soundtracks futuristiche.

L’eterea “After the Fall” è degna figlia dei Cure, mentre, senza abusare d’elettronica, accendono con mood asettico una “Neon light” efficace e luminosa. Sia il singolo “Mute” che “Fade” procedono a fari spenti ma con chiarissima trasmissione emotiva, mentre “Neiko” ri-anima lo spartito con un riff che gira come un loop ipnotico.

Invece, “We Float” presenta aspetti dolcemente inquietanti, incastonati dalla soavità d’ugola di Cecilia sempre sul pezzo ed il ricercato guitar-work di Max che non declina nulla all’ovvio, come nell’ossessiva “Old kind” e nella dark-osa e fluttuante “Into the mirror”, certificando un trip complessivo ben riuscito, spiccato con stimabile volo Pinhdar-ico... (Max Casali)