THEM "Ciò che resta di me"
(2026 )
Confesso che “Frames”, urticante debutto del trio calabrese Thëm a metà del 2023, mi aveva discretamente colpito.
Con quell’urgenza che solo gli esordi possiedono, menava fendenti alla cieca, impastando un gran bel pastiche di hardcore remiscelato: abrasivo e tagliente sì, ma non privo di insistiti spunti melodici a confondere le acque. Da lì, quale linea seguire?
A tre anni di distanza, su etichetta Overdub Recordings e con mastering di Giulio Ragno Favero, Daniel Alejandro Gonzalez, Pierpaolo Ielà e Francesco Procopio ritornano con le otto tracce di “Ciò Che Resta Di Me” e – ça va sans dire – sorprendono nuovamente.
In primis, rinunciano quasi del tutto all’inglese (presente ancora in due soli brani) in nome dell’italiano. E poi: spogliano del tutto l’idea di musica che proponevano, straziandola e martoriandola, ricorrendo con foga e continuità ad uno screamo veemente e virulento, affogando tra i gorghi di una musica sofferta e singhiozzante, buia e violentissima, le sporadiche rimembranze di ciò che fu.
I testi, in un registro perennemente sgolato e congesto, si fanno claustrofobici, sorretti e sospinti da un poderoso wall of sound spigoloso e ferale, nervoso e dissonante, veicolando un post-hardcore viscerale e malevolo che trita ogni timido accenno di armonia, prosciugando i brani di quella scintilla di accessibilità concessa in dote da “Frames”.
Oscuro e soffocante, l’album è un assalto sonoro memore dei Morso più che dei FBYC, una discesa nell’abisso che non regala requie neppure per un istante, fosse anche per sbaglio o per puro caso: non gronda malinconia, piuttosto furia e nichilismo, celebrando la disfatta di sentimenti in rovina, di un io alla deriva, dell’infinita vanità del tutto.
E’ un’impenetrabile cattedrale di rumore che scuote le fondamenta di un’anima allo sbando, sballottata senza pietà fra la tremenda accelerazione, focosa ed improvvisa, di “Giacere”, ed il basso roboante di “Paralleli”, frenetico connubio di dolore e vane speranze, tra il cupo esistenzialismo senza orizzonti né redenzione di “Baratro Dei Miei Silenzi” ed il riff in controtempo di “Come Sarebbe Stato”, ossia il luogo esatto in cui tutto è rotto, tutto è vuoto, tutto cade in pezzi.
Ti sei mai chiesto cosa sarebbe servito/La risposta è stata sempre e solo niente, niente, niente/E anche meno di niente/La risposta è stata sempre e solo niente.
In un tripudio rovesciato di astioso disagio, sputato ogni volta con il medesimo risentimento e la consueta rassegnazione, è la tensione costipata di “Specchi” a calare il sipario su un fugace accenno di melodia, sepolto sotto la spessa coltre di una promessa che somiglia più ad una resa.
Sai che mi odierò lo stesso/Lo sai ti amerò lo stesso/Ma sarò sempre lo stesso.
In fondo, è quasi una canzone d’amore, ammesso che d’amore, nel mondo sbagliato dei Thëm, abbia ancora senso parlare. (Manuel Maverna)