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MYRIAM LATTANZIO  "Anime pezzentelle"
   (2026 )

Con ''Anime pezzentelle'', Myriam Lattanzio firma un lavoro che sembra nascere più da un rito che da uno studio di registrazione. È un disco che affonda le mani nella tradizione popolare e spirituale del Sud, ma lo fa senza nostalgia museale: qui il passato è una materia viva, inquieta, che chiede di essere ascoltata di nuovo, con orecchie e sensibilità contemporanee.

La voce di Lattanzio è il vero centro di gravità dell’album. Non cerca la perfezione levigata né l’esibizionismo tecnico: è una voce che graffia, prega, implora. Canta come se stesse parlando ai morti prima che ai vivi, restituendo pienamente il senso delle “anime pezzentelle”, figure sospese, dimenticate, a metà tra la devozione popolare e l’abbandono. In questo senso, l’interpretazione è il gesto politico e poetico più forte del disco: dare dignità sonora a ciò che, per definizione, è marginale.

Gli arrangiamenti sono sobri ma mai poveri. Strumenti acustici, percussioni essenziali, timbri arcaici e silenzi ben dosati costruiscono un paesaggio sonoro scuro, quasi ipogeo. Ogni scelta sembra orientata a non distrarre dal cuore emotivo dei brani, lasciando spazio al respiro, all’eco, alla vibrazione della parola cantata. È un equilibrio delicato, che il disco mantiene con coerenza dall’inizio alla fine.

''Anime pezzentelle'' colpisce soprattutto per la sua capacità di evocare immagini: candele accese, cappelle sotterranee, mani che sfiorano teschi, preghiere sussurrate più per necessità che per fede. Ma ciò che rende l’album davvero significativo è il modo in cui queste immagini parlano ancora al presente. Le anime dimenticate non sono solo quelle dei culti antichi: sono anche le solitudini di oggi, gli esclusi, chi resta ai margini del racconto dominante.

Questo non è un disco facile né consolatorio. Richiede ascolto, attenzione, disponibilità a entrare in un tempo più lento e profondo. Ma proprio per questo ''Anime pezzentelle'' si distingue nel panorama musicale italiano: è un’opera coerente, intensa, che rinuncia alle scorciatoie e sceglie la via più rischiosa, quella dell’autenticità.

I brani sono poetici, ancorché spogli e meditativi, costruiti quasi interamente sulla voce, con un accompagnamento minimo (talvolta ridotto a un drone, una percussione lontana o addirittura al silenzio). La parola cantata conta più della melodia, il tempo sembra sospeso, e la voce di Myriam Lattanzio non “interpreta” ma intercede, come in una preghiera privata.

La forza poetica del disco non sta tanto nelle immagini descrittive, quanto nel non detto: nei vuoti, nelle pause, nelle inflessioni che suggeriscono pietà, attesa, intimità con l’assenza. È un canto che sembra rivolgersi a una singola anima dimenticata, non a un pubblico, e proprio per questo diventa universale.

La proposta è quindi vicina ed assimilabile ad una poesia orale arcaica, priva di retorica, priva di consolazione, carica di una spiritualità terrena e dolorosa. Il concetto di ''anime pezzentelle'' smette di essere folclore o simbolo e diventa umana prossimità: qualcuno che parla a qualcuno che non risponde, ma che deve comunque essere chiamato per nome.

Questo è un lavoro che non chiede applausi immediati, ma rispetto. E che, una volta ascoltato, continua a risuonare come una preghiera che non trova pace. (Andrea Rossi)