THOMAS UMBACA "Waiting for music to surprise me again"
(2026 )
Fin dalle prime note del primo brano di questo disco, si capisce che ci troviamo di fronte a un vero creativo. Il compositore e pianista Thomas Umbaca mette al centro l'emozionalità, come perno imprescindibile dal quale ruotare, come un compasso, attorno a sperimentazioni e idee.
Il titolo del nuovo album mostra un'inequivocabile intenzione: “Waiting For Music To Surprise Me Again”. Il fulcro sta in quell'“again” finale. Sorprendersi ancora, di nuovo. Significa essere arrivati a un punto, nel quale tutto sembra prevedibile.
Questo accade perché ogni produzione musicale, intendiamo nel mainstream, è strettamente vincolata da algoritmi spietati. Puoi anche avere i suoni più belli del mondo, ma tutto deve stare in un calcolato recinto di misure e strutture. E questo rovina l'elemento sorpresa.
Umbaca butta via tutto questo, si prende i suoni e ci gioca senza calcoli, e la differenza si sente. Uscito per Ponderosa Music Records, quest'album è davvero sorprendente. Il pianoforte, centrale nelle composizioni, è in continuo dialogo con suoni synth, un'elettronica melodica ed espressiva, che arricchisce la palette dei brani, che sono colorati anche dal punto di vista armonico.
Modulazioni non preparate, progressioni inaspettate, dialoghi emozionanti tra suoni liquidi e tremolanti come quelli di “Back to 13”, cori sintetici inattesi come quello di “StreAM”, voci che a sorpresa diventano protagoniste in “H. Who are you?”, e che si fanno distorte in “Huh, Yr Voice” tra il pianoforte e le morbide ritmiche elettroniche in loop.
Oserei dire che “Omnibus” sia magica, senza retorica. Quel suono tremolante di pianoforte, usato solo in un momento, mi ricorda una reminiscenza di qualcosa di Morricone. Poi i modernissimi suoni sintetici portano il brano nel futuro, ma la cosa che da compositore apprezzo di più sono i cambi di tonalità messi nei momenti meno prevedibili, e poi quei salti di un tono e mezzo...
Scusate se questi sono termini tecnici, ma non saprei davvero come tradurveli in metafore che non siano banalizzanti; questo è proprio uno di quei casi in cui scrivere di musica sarebbe come danzare di architettura. Anche “Float (Best Way To)”, come ve la spiego senza tecnicismi?
Posso solo dirvi che ci sono solo alcune note di chitarra “da western”, che danno un colore ulteriore al pianoforte e ai suoni elettronici che sembrano fantasmi, ma per voi cosa significa questo?
Oppure, potrei scrivervi che il pianoforte di “All Gates” è accompagnato da un suono di flauto con eco, che a volte sembra evocare panorami montani, e poi arriva un “synthone” da Vangelis... Ma mai come in questo caso mi sento in imbarazzo nel fare il mio solito giochino finto-poetico, quello di cercare metafore letterarie che vi facciano intuire cosa sto ascoltando.
Veramente, posso solo dirvi: ascoltate questo disco, lasciate che vi sorprenda. Di sicuro lo userò come jolly nelle discussioni, quando mi diranno di nuovo che la musica di oggi fa schifo, che non è più come quella di una volta. Tiè, dalla tasca tiro fuori la sfera poké ed evoco Thomas Umbaca (il suo verso è “umbakaaaa”, con la cappa).
Perdonate la battutaccia, ma non è casuale: il suo disco precedente si intitola “Umbaka” e per l'occasione sono andato a recuperarmelo. Anche quello non scherza, in fatto di elementi di meraviglia. Facciamoci del bene, seguiamo Umbaca: ha davvero qualcosa da dire di edificante, attraverso gli strumenti. (Gilberto Ongaro)