JONAS CAMBIEN "Man eating tree"
(2026 )
Con ''Man Eating Tree'', uscito per Sonic Transmissions, Jonas Cambien firma un lavoro che si muove con naturalezza tra scrittura e improvvisazione, mettendo in campo una poetica fatta di contrasti: materia sonora densa e spigolosa, ma anche aperture liriche di grande respiro.
Il disco colpisce innanzitutto per la sua tensione interna, una sorta di inquietudine controllata che attraversa i brani come un filo rosso. Cambien costruisce strutture che sembrano sul punto di collassare, salvo poi ritrovare un equilibrio precario ma credibile, in cui ogni strumento ha un peso specifico ben definito.
Dal punto di vista timbrico, ''Man Eating Tree'' lavora molto sulle zone di confine del jazz contemporaneo: ritmi spezzati, ostinati che si deformano, armonie che non cercano mai la risoluzione più ovvia. Il pianoforte di Cambien non è uno strumento “cantabile” in senso tradizionale, ma un vero e proprio motore narrativo, capace di evocare immagini quasi fisiche. L’interazione con il resto dell’ensemble è centrale: più che assoli in senso classico, il disco privilegia una logica collettiva, fatta di micro-spostamenti, di ascolto reciproco e di frizioni volute.
Nel caso di ''Man Eating Tree'' è corretto parlare di quattro lunghi brani-cardine: l’album è concepito come un ciclo compatto e ogni pezzo svolge una funzione precisa nell’economia narrativa del disco. Ecco quelli più significativi, con il loro ruolo artistico. ''Árbol'' è il pezzo d'apertura e probabilmente l'episodio più “cinematografico” del disco. Qui Cambien esplora la poliritmia e l’indipendenza delle mani in modo particolarmente evidente. Il brano passa da momenti muscolari e densi a zone più sospese e rarefatte, dando l’impressione di un organismo che si trasforma continuamente. È uno degli esempi più chiari della sua capacità di unire rigore compositivo e libertà formale.
''Tre'' è la dichiarazione d’intenti del progetto. Costruito su una cellula ripetitiva di matrice minimale, mette subito in evidenza il lavoro sul tempo instabile e sulle sovrapposizioni ritmiche. La tensione cresce lentamente fino a una sezione finale quasi allucinata, facendo emergere il lato più fisico e percussivo del pianoforte preparato.
''Silverware Vibrating Inside Grand Piano'' descrive esattamente ciò che accade fin dal titolo: un’indagine sul suono come materia. È il brano più radicale e sperimentale, quasi una meditazione elettroacustica ottenuta attraverso il pianoforte preparato. Più che una “composizione” tradizionale, è un’esperienza d’ascolto che invita ad abbandonare le aspettative melodiche.
''BOOM'' è la chiusura imponente del disco e momento di maggiore espansione energetica. L’uso dell’organo elettrico accanto al pianoforte crea un carattere quasi rituale, con un andamento che ricorda certe derive spiritual-jazz, pur filtrate dal linguaggio contemporaneo di Cambien. È il brano che sintetizza meglio l’anima del progetto, coniugando trance, improvvisazione e controllo formale.
In definitiva, più che singoli “highlight”, ''Man Eating Tree'' funziona come un unico arco sonoro, ma ''Tre'' e ''BOOM'' possono essere considerati i poli opposti e complementari dell’album: nascita della tensione e sua piena deflagrazione.
Nel complesso, ''Man Eating Tree'' è un album esigente ma generoso. Non si concede immediatamente, ma ripaga gli ascolti attenti con una ricchezza di dettagli e una forte identità estetica. È un lavoro che conferma Jonas Cambien come una voce autonoma e riconoscibile nel panorama del jazz europeo più avventuroso, capace di coniugare rigore compositivo e libertà espressiva senza cadere né nell’accademismo né nell’astrazione fine a sé stessa. (Andrea Rossi)