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MOSAIC  "Unfolding tiles"
   (2026 )

''Unfolding Tiles'' è un disco che si muove come un mosaico in continua trasformazione, fedele al nome della band ma capace di andare oltre l’idea di semplice frammentazione. I Mosaïc costruiscono un ascolto paziente, stratificato, in cui i brani sembrano aprirsi uno dopo l’altro come tasselli che rivelano gradualmente il disegno complessivo.

L’approccio è chiaramente atmosferico: le melodie non cercano l’impatto immediato, ma si insinuano lentamente, lasciando spazio a silenzi, ripetizioni ipnotiche e variazioni sottili. Uno degli aspetti più riusciti dell’album è l’equilibrio tra rigore e libertà. Le strutture appaiono pensate con cura, quasi geometriche, ma al loro interno c’è un senso costante di movimento, come se ogni traccia potesse prendere direzioni impreviste.

Le texture sonore — talvolta calde e avvolgenti, talvolta più spigolose — contribuiscono a creare un paesaggio emotivo che invita all’ascolto integrale, più che al consumo distratto di singoli episodi. È un disco che chiede tempo e attenzione, ma ripaga con una profondità crescente.

“Pirates from the Black Sea” è l’apertura dell’album e ne stabilisce subito il linguaggio: intreccio tra jazz contemporaneo e tradizioni mediterranee e balcaniche, con grande attenzione alle dinamiche collettive e ai cambi di atmosfera. Funziona come manifesto sonoro del gruppo. Invece “Malta Suite” è uno dei cuori concettuali del disco. La forma “suite” permette al sestetto di esplorare temi, variazioni e riprese, mettendo in luce il dialogo fra scrittura cameristica e libertà improvvisativa. Il breve finale chiude il cerchio in modo rarefatto e riflessivo.

“Zadels”, con i suoi oltre dodici minuti, è il brano più ampio e narrativo dell’album. Qui emerge la capacità dei Mosaïc di costruire tensione nel tempo, alternando groove ipnotici a passaggi più aperti e sospesi. È uno dei pezzi che meglio valorizza l’ascolto integrale del disco. “Drummer Queen” è tra i momenti più energici e riconoscibili, anche grazie alla presenza del sax alto di Fabrizio Cassol come ospite. Il brano mette in primo piano il ritmo e l’impatto fisico del suono, mostrando il lato più diretto e trascinante dell’ensemble.

“Four Moons (I–IV)” è la suite conclusiva in quattro movimenti, forse la sintesi più poetica del progetto: miniature interconnesse, essenziali, che giocano su timbri, silenzi e respirazione collettiva. Un epilogo delicato che riflette l’idea di “tessere che si dispiegano” evocata dal titolo dell’album.

Nel loro insieme, questi brani raccontano bene le due anime di ''Unfolding Tiles'': da un lato l’energia ritmica e l’incontro fra tradizioni, dall’altro una scrittura attenta allo spazio, al dettaglio e alla costruzione di un percorso unitario. Nel complesso, ''Unfolding Tiles'' è un lavoro coerente e maturo, che trova la sua forza nella continuità e nella cura del dettaglio.

I Mosaïc sembrano più interessati a suggerire che a dichiarare, a evocare immagini interiori piuttosto che a imporre un messaggio esplicito. Proprio per questo l’album lascia una traccia duratura: non conquista con il rumore, ma con la pazienza di chi sa che, tassello dopo tassello, il disegno finale vale l’attesa. (Andrea Rossi)