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BRUCE HORNSBY  "Indigo Park"
   (2026 )

''Indigo Park'', ossia il nuovo lavoro di Bruce Hornsby, accompagnato da una copertina che, come diceva il grande semiologo Gerard Genette, è sintomo e segnavia importante, è un disco da dieci e lode, un lavoro che unisce profondità emotiva e raffinatezza tecnica, confermando la statura di un artista da scoprire e riscoprire e da sempre fuori dagli schemi, e questo lo rende immediatamente simpatico visto il piattume circostante.

Nato dopo un periodo di burnout creativo iniziato nel 2024 (e questo è un altro bel segnale positivo in un mondo grigio e cupo), l'album rappresenta una sorta di ritorno consapevole e se vogliamo più maturo e convinto alla scrittura e all'arte come tentativo di terapia o meglio di sfrondamento dell'inessenziale che a una certa età è imperativo, trasformando la crisi in materia espressiva.

Hornsby stesso ha descritto i brani come sospesi tra opposti — luce e ombra, memoria e immaginazione — e questa tensione attraversa tutto il disco. Che è davvero da non perdere e ve lo consiglio caldamente.

Dal punto di vista musicale, il pianoforte resta come sempre il fulcro, ma viene utilizzato in modo tutt'altro che convenzionale. Hornsby alterna passaggi lirici a strutture più spezzate, con influenze jazz e progressioni armoniche imprevedibili che evitano la prevedibilità - che è sempre un boomerang che minaccia dietro l'angolo anche per i migliori e solo pochi ne hanno fatto un mantra, vedi David Bowie - del pop tradizionale.

Gli arrangiamenti sono essenziali ma ricchi di dettagli: grande attenzione è data alle dinamiche, con momenti rarefatti che si aprono improvvisamente in sezioni più dense. Anche il ritmo gioca un ruolo importante, con accenti spostati e cambi di tempo sottili che creano movimento senza appesantire l'ascolto che rimane sempre vivace e ricco di spunti.

La produzione, curata insieme a Tony Berg e Will Maclellan, valorizza texture stratificate ma mai eccessive, lasciando spazio al respiro dei brani. In questo contesto spicca "Ecstatic", impreziosita dalla collaborazione con la grande Bonnie Raitt, che offre un momento più diretto e comunicativo, senza rinunciare alla finezza degli arrangiamenti.

Il percorso di Hornsby in questo album può essere accostato, per attitudine più che per suono, a figure eccentriche e indipendenti come, faccio un esempio, Robert Wyatt. Come Wyatt, anche Hornsby rifiuta le strutture convenzionali e privilegia una scrittura libera, in cui la tecnica non è mai esibizione ma strumento espressivo. Entrambi condividono una sensibilità capace di fondere fragilità e complessità, creando musica che può risultare inizialmente sfuggente ma profondamente coinvolgente nel tempo, sentire per credere brani come "Alabama".

Sul piano umano, Hornsby si conferma una figura lontana dal divismo e dai riflettori della socialità volgare: più che per un carisma appariscente, è apprezzato per autenticità, intelligenza musicale e coerenza artistica. La sua "simpatia" emerge proprio da questa sincerità, che rende credibili anche le scelte più complesse.

In sintesi, ''Indigo Park'' è un album maturo e stratificato, che non cerca scorciatoie commerciali ma premia un ascolto attento. Un'opera che consolida il percorso di Hornsby, capace di coniugare ricerca sonora ed emozione in modo sempre personale, avvicinandosi per spirito a quella tradizione di artisti "irregolari" che trasformano la musica in un linguaggio profondamente personale. E, credetemi, non è poco. Un grande ritorno per una voce unica del panorama internazionale e un grande grazie per averlo reso possibile e credibile. (Lorenzo Morandotti)