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LA JUNGLE  "An order of things"
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I La Jungle erano un duo chitarra-batteria, che in occasione di questo settimo album sono diventati un trio chitarra-batteria... batteria. Due batteristi per il raddoppio dell'energia sprigionata da questa formazione, che ha registrato il disco tra i boschi della Normandia.

Uscito per Hyperjungle Recordings, “An Order Of Things” ospita soprattutto brani strumentali, dove la chitarra da sola regge melodia e ritmica, tramite l'utilizzo della loopstation e a volte con l'ausilio di qualche suono elettronico, come il fondale sintetico che fa da sfondo costante in “Sad Hill Fire Wave”.

Il disco si avvia subito di forza con “Witches Carousel”, pezzo che si alleggerisce leggermente nella parte centrale e torna a deflagrare nel finale. I ritmi sono veloci e l'agitazione costante. I loop sono ripetitivi, si punta alla potenza sonora più che allo sviluppo compositivo.

Nel videoclip di “Sabertoother” c'è la voce urlante, e noto una curiosa tecnica di cui avevo sentito parlare ma non so né il suo nome né non l'avevo vista. Un amico mi diceva che il compianto Chris Cornell, quand'era nel supergruppo Audioslave, soleva battersi la gola con un cucchiaino mentre cantava, per aggiungere un particolare effetto alla sua incredibile voce. Non ho fonti per dimostrarlo, ma qui il chitarrista dei La Jungle si percuote il pomo d'adamo con la mano, e si sente quindi la voce dondolare follemente.

“Damon Heart” si sorregge su un ritmo in levare, quasi da disco-rock, e le due note che formano la linea di chitarra tendono a ipnotizzare. Con “Cowboy Ride” il sound si fa ben più pesante e ci risvegliamo su una veloce corsa che simula i beat techno, ma fatti con le batterie acustiche e i suoni modificati della sei corde.

Più si prosegue nel disco, più il sound si fa insano. “Evil Legs” inizia con un livello assordante di fuzz. Qui la nota di base è una sola, e la voce contribuisce all'alienazione, reiterando la stessa frase. Verso il finale c'è il crescendo tipico da house, quello in cui i battiti raddoppiano ogni misura fino al rullo: qui è tutto fatto dal vivo!

Un malefico riff graffia l'aria in “Le Soleil”, corsa sfrenata che a sorpresa si risolve in breakdown carichi di groove. Le voci qui diventano due: una, messa in loop, ripete una cellula melodica, mentre l'altra a un certo punto recita a voce alta. Ma le voci sono parificate allo strumento.

Il palm muting è velocissimo nella conclusiva “The Love & The Violence”. La cosa curiosa di questi brani è la consapevole scelta di puntare alla potenza sonora, lasciando che i giri siano ripetitivi, senza particolari sviluppi.

Le due batterie insieme contribuiscono a creare un muro di suono che non conosce freni, ma sembra quasi tutto un continuo divenire, proprio a causa del fatto che i brani non si sviluppano chissà dove. Eppure, per qualche strano motivo, tutto sembra funzionare. Sembrano tutte domande senza risposta, o creazioni di situazioni adrenaliniche senza una narrazione.

E forse basta così, per il gruppo belga: i La Jungle hanno realizzato delle giungle di lame roventi di brani, senza perché, e allora si resta affascinati dal mistero dell'inspiegato. (Gilberto Ongaro)