JOHNNY FREAK "In vita"
(2026 )
Tastando il polso dell’alt-rock italiano, fa piacere constatare che ancora pulsa di battiti regolari, anche grazie al notevole contributo che, in vent’anni di attività, ha fornito il quartetto frusinate dei Johnny Freak.
Con il terzo album “In vita”, la band sancisce un graditissimo (e, forse, inaspettato) ritorno in scena, re-issando l’anzidetta bandiera stilistica che, fortunatamente, annovera vasti adepti anche nel Belpaese.
Cosa ha spinto il combo ciociaro a ri-dire la propria dai tempi di “Sognigrafie” del 2016? Sicuramente, alla base c'è una buona causa: quella di rimettere al centro dell’attenzione progettuale la creme testuale e sonora, fatta di slanci narrativi compatti e coriacei che fanno echeggiare modulazioni tra Nirvana, Interpol, Marlene Kuntz e Teatro degli Orrori, ma innestati in un contesto originale e onorabile e non copiativo.
E allora, andiamo a goderci questa storica band che “Suona” passionevolmente, senza “Grida” debordanti e fuoriposto ma, col sound che scalpita in ogni respiro, animando un “Pupazzo” con forte energia esecutiva, mentre la sabbia nella “Clessidra” scende fluente, tra rabbia e stop riflessivi.
Poi, quando giunge “Salta giù”, l’emozione personale sale di brutto, perché il crudo narrato in essere mi strattona verso l’ugola di Matteo Casadei dei Blastema (nello specifico: “THC”). Invece, nell’incalzante incedere di “Ultimo ballo”, trovano spazio belle insenature strumentali, in bilico tra Editors ed Interpol.
Da non trascurare l’aspetto (power) ballads, rappresentato dal trittico “Vita”, “Ora cadrai” e “Tommy”, sempre cariche di pathos sanguigno. Infine, per chi ama le cover, potrà fruire di una rivoluzionaria versione di “La donna cannone” e… game over.
Grazie al cielo, i Johnny Freak sono ancora ”In vita”. (Max Casali)