NEVERS "Berlin"
(2026 )
“Berlin” dei Nevers (Clare Cooper & Jean‑Philippe Gross), uscito per Eich Records, è un lavoro che si colloca con decisione nel territorio della ricerca sonora radicale, là dove l’improvvisazione, l’elettroacustica e il gesto fisico dello strumento si fondono in una trama densa e imprevedibile. Non è un disco “facile”, né vuole esserlo: è piuttosto un’esperienza immersiva, quasi tattile, che richiede ascolto attivo e disponibilità a lasciarsi destabilizzare.
Clare Cooper (guzheng, ovvero una cetra tradizionale cinese) e Jean‑Philippe Gross (elettronica) operano da anni in ambiti sperimentali, e nel duo Nevers il loro dialogo assume una forma particolarmente intensa. In “Berlin” — registrato in un contesto live o comunque caratterizzato da un forte senso di immediatezza — si percepisce una tensione costante tra controllo e perdita di controllo.
La cetra di Cooper abbandona ogni residuo di classicismo: non è mai “lirica” nel senso tradizionale, ma viene percossa, preparata, distorta. Le corde diventano superficie percussiva, fonte di risonanze sporche, granulosità e attriti. Gross, dal canto suo, non accompagna: interviene, interrompe, amplifica e frantuma, creando una rete elettronica che può tanto sostenere quanto sabotare il flusso acustico.
Il disco si sviluppa come un’unica grande narrazione sonora (o una serie di episodi strettamente connessi), priva di una struttura melodica riconoscibile ma ricca di micro-eventi. Più che “brani”, si percepiscono situazioni: accumuli, collassi, sospensioni. Le dinamiche sono fondamentali: si passa da sussurri elettrici quasi impercettibili a esplosioni di rumore controllato. Il tempo è elastico: la musica può stagnare in una stasi tesa oppure accelerare improvvisamente in gesti convulsi.
La texture è protagonista: fruscii, feedback, vibrazioni metalliche e armonici distorti creano un paesaggio sonoro stratificato. C’è qualcosa di profondamente fisico in “Berlin”: si avverte il gesto, lo sforzo, la resistenza degli strumenti. Non è musica che “descrive” qualcosa, ma piuttosto che accade davanti all’ascoltatore.
Uno degli aspetti più affascinanti del disco è il senso costante di rischio. L’improvvisazione non cerca mai la soluzione elegante; spesso resta sospesa su equilibri precari, accettando l’errore come elemento generativo. Questo lo rende un lavoro vivo, irregolare, a tratti spigoloso. In alcuni momenti l’interazione tra guzheng ed elettronica si fa quasi conflittuale, come se i due strumenti competessero per lo spazio; in altri, invece, emergono inattesi momenti di convergenza, in cui le frequenze si intrecciano creando campi armonici instabili ma affascinanti.
“Berlin” non offre appigli immediati: manca una melodia da ricordare o un ritmo da seguire. Tuttavia, proprio in questa assenza si apre uno spazio per un tipo diverso di ascolto, più attento alle sfumature e alle trasformazioni microscopiche. È un disco che può risultare ipnotico, se ci si lascia avvolgere dalle sue trame, perturbante, per la sua capacità di mettere in crisi le aspettative, ma anche stimolante, per chi è interessato alla ricerca sonora e all’improvvisazione radicale.
“Berlin” non è un disco costruito attorno a brani nel senso tradizionale (con temi riconoscibili e sviluppo lineare), ma piuttosto come un flusso continuo o una serie di segmenti improvvisativi. Proprio per questo, parlare di “brani più significativi” significa individuare momenti chiave all’interno della performance, più che tracce isolate.
Ecco quelli che emergono con maggiore forza all’ascolto. L’apertura di ''Entrée'' sfoggia immediatamente tensione e preparazione del terreno: il segmento iniziale è fondamentale perché definisce subito il linguaggio del disco. La cetra viene esplorata in maniera non convenzionale: sfregamenti, pizzicati irregolari, risonanze preparate. L’elettronica introduce un ambiente instabile, fatto di ronzii e micro-feedback. È significativo perché stabilisce il patto d’ascolto: niente melodia, ma materia sonora in trasformazione.
Dopo la fase introduttiva, si entra in una sezione più aggressiva: l’intensità cresce attraverso stratificazioni di suono. La cetra diventa quasi percussiva, mentre l’elettronica amplifica e distorce. Qui emerge il lato più fisico del duo: è uno dei momenti più densi e “conflittuali” del disco. Segue poi una zona di sospensione (drone e micro-suoni). Uno dei passaggi più affascinanti è quello in cui tutto sembra rallentare: si entra in una sorta di “stasi” fatta di droni sottili, i suoni diventano fragili, quasi impercettibili.
Questo è un momento chiave perché mostra il controllo del silenzio e della rarefazione: una tensione interna più che un’esplosione. Verso la parte centrale/finale si sente una maggiore interazione tra i due: i gesti del guzheng e dell’elettronica sembrano rispondersi direttamente, si percepisce meno scontro e più ascolto reciproco. È forse il passaggio più “musicale” nel senso relazionale: una improvvisazione davvero dialogica.
Il disco tende a chiudersi in modo non risolutivo: i suoni si diradano fino quasi a sparire, rimangono residui, eco, tracce instabili. È significativo perché rifiuta la conclusione tradizionale, lasciando l’ascoltatore in uno stato aperto. In sintesi, i momenti più significativi di “Berlin” non sono legati a singoli titoli, ma a transizioni e stati sonori: l’apertura esplorativa, l’escalation rumoristica, la sospensione minimale, il dialogo centrale, la dissoluzione finale.
Con “Berlin”, i Nevers confermano la loro capacità di costruire paesaggi sonori complessi e non concilianti. È un lavoro che rifiuta qualsiasi funzione decorativa della musica per affermarsi come pratica di esplorazione e confronto. Non è un album per tutti, ma per chi è disposto a entrarci dentro rappresenta un’esperienza intensa, quasi corporea, che mette in discussione i confini tra strumento, rumore e composizione. (Andrea Rossi)