TUNDRA "Ohdio"
(2026 )
Dopo l'esordio indie-rock morbido con l'EP “Nuvole rosa, ragni e guai” del 2021, i Tundra ritornano con un sound appesantito e un aumento esponenziale della rabbia, quale nuovo fondamento creativo.
La band pisana si chiude due anni in studio e realizza, prodotto da Giulio Ragno Favero (Il Teatro degli Orrori), l'album dal titolo significativo “Ohdio”, uscito per Edac Music Group.
In undici brani, “Ohdio” si sviluppa come un concept album. Per un errore tecnico, mi è capitato di ascoltare l'album a partire dalla seconda canzone “Zero catene” fino alla fine, per poi accorgermi di essermi perso “Noia”, che era il pezzo di apertura.
Questa svista mi ha permesso di notare che “Noia” racchiude il fulcro del concetto, snocciolato poi nel resto dei brani. Tutto parte dal lavoro come fonte di disagio, quello che conosciamo tutti noi che lavoriamo: spesso è un ricatto bello e buono che ci permette di sopravvivere, ma con ristrettezze di tempo e spazio. Si parla spesso di “padroni” nel caso di lavoro dipendente, ma in realtà anche in proprio spesso è pure peggio, non riuscendo a fermarsi quasi mai.
“Il lavoro è dove faccio le alghe, la tavola è dove mi annoio, il terrazzo è dove stendo le mie colpe, il palazzo è dove sopravvivo”. Queste sono le prime parole che ascoltiamo, sopra un sound post-punk e alt rock degno della recente tradizione del rock italiano.
Il terrazzo tornerà fatale a fine disco, ma intanto esploriamo anche il disagio sociale e antisociale: “Gli amici sono i primi che picchierei (…) Vuoi vedere che alla fine abbiamo fatto male a fregare la catena alimentare? Io rivendico il mio diritto di comportarmi da primate! Ma che bella questa rabbia, mi dà un senso a questa noia”; si continua nel lavoro con “Zero catene”, in un clima desolante: “Ma se fossi in te non starei qua, qua ci diamo da fare con l'amore ma di più con l'odio (…) qua dove vengono a morire le cavallette”.
Fa l'ingresso il divino, o meglio la sua assenza, cantata con sarcasmo in “Dono di D”: “Dio è come me segretamente, aspetta che muoia la gente. Dio è come te, lui non capisce, rotola il mondo e lui non reagisce (…) Dio è come me, continuamente non fa che sprecare il suo seme”. Il tono è simile a quello dei Management Del Dolore Post Operatorio.
“Unicellulare” approfondisce il focus sulla catena alimentare, desiderando di essere praticamente un protozoo: “Unicellulare, mi accontenterei, mi basterebbe una vita elementare, a mollo nel brodo primordiale (…) Voglio entrare nella catena alimentare, vorrei tanto evitare una morte orrenda dentro la città, una morte orrenda in una macchina”.
Senza l'acca del titolo dell'album, arriva “Odio”, che canta un odio covato e mai realmente esploso, che si sublima in indolenza, in assenza di entusiasmo: “A casa mi consolo con l'orrore. Non c'è nessuno. Mi fa godere un po' se non saluto, (…) non esulto mai, non esulto”.
Se prima il protagonista vuole evitare una morte in macchina, ora con “La macchina” l'auto diventa centrale nel racconto, come bene che completa la personalità del consumatore: “Non mi serve, non so più se mi serve davvero, è quasi come quella di prima, ma questa qua ha lo stereo. Non so se ne è valsa la pena, stringere la cinghia un anno intero. Ora sì che sono un uomo completo! Quanto mi è costato questo incidente stradale, ma c'è di buono che muoio senza un soldo nel saldo totale”.
Il desiderio di essere primate torna in “Interludio”, ripetuto come un mantra: “Sarà bello tornare animale ed avere di meglio da fare”. Il brano è un crescendo in cui la voce gradualmente aumenta di compressione e distorsione, per tornare pulita nel finale acustico.
“Il mio dovere” mostra le crepe anche nel rapporto sentimentale, che si regge sulla sopravvivenza data appunto dal lavoro: “Mi sveglierò all'alba, non c'è malattia che tenga, farò di tutto per te e tu niente di straordinario (…) Chiama se per caso stai morendo, io sarò distratto”. Questa dissociazione capita perché la fatica di vivere toglie la gioia anche nel tempo libero: “Quando faccio il mio piacere non ne godo mai a dovere”.
Tutti i rapporti umani paiono rovinati, in “Padrone”: “Non posso ammazzare chi mi ha fatto un torto”, e si arriva all'inevitabile duo di brani di finali. “Un bel funerale” ha un bel riff storto tra le parole, che descrivono la propria celebrazione laica: “Dammi l'ultimo saluto, non ci voglio i preti, ripeto, non ci voglio i preti!”.
“Milioni” chiude l'album con la decisione fatale presa: “Ora che ho fatto il salto mi pento, rimpiango quel limbo in affitto, era tardi mi sono sporto, non è la caduta ma l'atterraggio”. Non c'è liberazione nel suicidio ma solo voglia di finire, di sparire: “Credo nell'autunno ma non in Cristo, nel mio funerale non c'era”.
La conclusione non è consolatoria né riparatoria: “Non è giunta la resa dei conti, non conta”. Questo “non conta” mi richiama istintivamente il “Niente conta” urlato dai Verdena in “Luna”. “Ohdio” è un album che funge da sfogo sincero, non personale ma collettivo e simbolico forse di due intere generazioni.
Senza fare paragoni nella qualità dei testi (non vale, sarebbe perdere facile), ci intravedo però un parallelo narrativo con il trentenne disperato di De André, quello del concept album “Storia di un impiegato” (1973).
Il protagonista qui non decide di fare il bombarolo, rispondendo come lupo solitario ai giovani sessantottini rivoluzionari. Qui c'è solo assenza di speranza e la presenza della precarietà come realtà ormai conclamata, non come fase temporanea. E hanno fatto bene i Tundra a deviare da quell'esordio simpatichino e leggerino, che forse cercava di “piacere” al mercato.
“Ohdio” si presenta come album necessario e in cui riconoscersi senza maschere, e mi fa pensare: ma perché i Tundra non li chiamano al prossimo Concertone del Primo Maggio? Ridiamo il senso di protesta a quella manifestazione! (Gilberto Ongaro)