recensioni dischi
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OVADIA FAMULARI GAZICH  "Yiddish blues"
   (2026 )

''Yiddish Blues'' è un lavoro che non si limita a essere un disco: è un racconto sonoro, una geografia emotiva che attraversa memoria, dolore e ironia, mettendo in dialogo culture solo apparentemente lontane.

Moni Ovadia, voce narrante e anima teatrale del progetto, si affianca alla raffinatezza musicale di Giovanna Famulari e Michele Gazich per dar vita a un’opera intensa, sospesa tra recital e concerto.

Fin dalle prime tracce si percepisce che il cuore del progetto non è la mera esecuzione musicale, ma la narrazione dell’identità yiddish come esperienza universale. Ovadia non canta semplicemente: interpreta, racconta, evoca. La sua voce – ora grave e cavernosa, ora ironica e malinconica – restituisce tutta la stratificazione culturale della tradizione ebraico-ashkenazita, con quella tipica alternanza tra tragedia e umorismo che rappresenta una cifra espressiva fondamentale.

Accanto a lui, il lavoro di Giovanna Famulari e Michele Gazich è essenziale e mai sovrabbondante. Gli arrangiamenti sono eleganti, essenziali, spesso cameristici: violoncello, violino e pianoforte costruiscono tessiture sonore che oscillano tra il klezmer, il blues e la musica d’autore europea. Il termine “blues” nel titolo non è dunque un semplice riferimento stilistico, ma un ponte emotivo: la malinconia della diaspora ebraica si intreccia con quella afroamericana, suggerendo una comunanza profonda tra storie di perdita, sradicamento e resistenza.

Uno degli aspetti più riusciti dell’album è proprio questa capacità di trascendere i generi. Non siamo di fronte a un disco di musica tradizionale, né a un lavoro di world music in senso convenzionale. ''Yiddish Blues'' è piuttosto una forma ibrida, uno spazio teatrale-musicale in cui parola e suono si alimentano a vicenda. I passaggi recitati non interrompono il flusso musicale, ma lo amplificano, trasformando ogni brano in un piccolo monologo dell’anima.

La scrittura musicale di Gazich e gli interventi di Famulari si distinguono per sensibilità e misura: mai invasivi, accompagnano la narrazione con una cura quasi cinematografica. Alcuni momenti strumentali risultano particolarmente suggestivi, capaci di evocare paesaggi interiori senza bisogno di parole. È qui che il disco raggiunge una delle sue vette: quando il silenzio, o quasi, diventa parte integrante del racconto.

Il rischio di un’operazione del genere – fortemente legata alla dimensione teatrale di Ovadia – potrebbe essere quello di perdere efficacia fuori dal palcoscenico. E invece ''Yiddish Blues'' regge bene anche nell’ascolto domestico: merito di una costruzione sonora equilibrata e di una drammaturgia implicita che guida l’ascoltatore lungo tutto il percorso.

In definitiva, ''Yiddish Blues'' è un disco di grande eleganza e profondità, capace di parlare a più livelli: culturale, emotivo e musicale. Non è un ascolto “leggero” né immediato, ma è proprio questa sua densità a renderlo prezioso. È un lavoro che invita a fermarsi, ad ascoltare davvero, e a lasciarsi attraversare da una memoria che, pur appartenendo a una tradizione specifica, finisce per toccare corde universali.

Un disco che non si limita a ricordare, ma che fa vivere la memoria nel presente, trasformandola in esperienza condivisa. (Andrea Rossi)