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QUEEN  "Queen rock Montreal (20th anniversary edition)"
   (2026 )

C'è qualcosa di profondamente commovente nel vedere e nel sentire (e tutte e due le cose insieme) i nostri cari Queen a Montréal nel novembre del 1981: non tanto la perfezione tecnica — pure sbalorditiva — quanto la sensazione di assistere all'ultimo momento in cui il rock da stadio conservava ancora una forma di innocenza teatrale che poi avrebbe irrimediabilmente smarrito.

In ''Queen Rock Montreal'', oggi opportunamente ripubblicato per la gioia dei boomer e per lo stupore dei neofiti nella "20th Anniversary Edition", la band inglese appare sospesa tra due epoche: alle spalle gli anni Settanta del glam, delle pose barocche e delle ambizioni operistiche; davanti un decennio nuovo, più cinico e sintetico, che avrebbe trasformato il concerto rock in un gigantesco prodotto audiovisivo dove, appunto, lo stupore, anzi lo stupefacente apparire, segno della nostra epoca attuale, avrebbe prevalso su ogni valore culturale autentico.

Qui, invece, tutto sembra ancora umano, persino l'eccesso.

Girato, come si usa dire tecnicamente (e qui davvero ogni parola ha il suo peso), al Forum de Montréal il 24 e 25 novembre 1981 durante il Game Tour, il film — già nella sua fase di circolazione noto negli anni Ottanta con il titolo ''We Will Rock You'' — non è soltanto un documento live. È il ritratto di una macchina perfetta che riesce, come si diceva miracolosamente, a sembrare spontanea.

Freddie Mercury domina il palco con la sicurezza di un grande attore shakespeariano e l'istinto animalesco di un frontman punk. Indossa i celebri jeans bianchi attillati, corre da un lato all'altro della scena, scherza col pubblico, dirige quarantamila mani come un direttore d'orchestra febbrile. Ma la vera sorpresa, riguardandolo oggi, è la leggerezza. Mercury non interpreta ancora il proprio mito; lo abita con ironia, quasi con divertimento. Un concerto evento, un concerto celebrativo, una commemorazione in vita col senno di poi. Un po' di storia in formato bignami.

Il concerto arriva in un momento cruciale della storia dei Queen. ''The Game'' aveva spalancato alla band il mercato americano grazie a "Another One Bites the Dust" e "Crazy Little Thing Called Love", due brani che dimostravano una duttilità musicale rara per un gruppo nato nel progressive britannico.

A Montréal, infatti, convivono anime diverse: il rock muscolare di "Tie Your Mother Down", la precisione funky di John Deacon, le armonie quasi liturgiche di "Somebody to Love", il melodramma cosmico di "Bohemian Rhapsody". Eppure nulla appare frammentario. I Queen riescono nell'impresa — quasi impossibile — di trasformare l'eclettismo in identità. E non solo in un marchio di fabbrica ad uso commerciale. Ci credevano fino in fondo, e con loro va detto a onor del vero milioni di fan, ed è un dato unico nella storia del rock.

Di questo album la nuova edizione insiste molto sul restauro: immagine ripulita, audio rimasterizzato, dettagli finalmente visibili grazie alla scansione delle pellicole originali in 35mm. È ormai una liturgia dell'industria musicale contemporanea: riportare continuamente in vita il catalogo del Novecento, lucidarlo digitalmente, riconsegnarlo a un pubblico cresciuto nello streaming e nell'ascolto distratto. Ogni mese un anniversario, un cofanetto, una "ultimate edition", come se la cultura pop fosse diventata un gigantesco reparto di antiquariato emozionale. Anche questo è un segno dei tempi.

La rimasterizzazione promette profondità sonora, ma spesso serve soprattutto a rendere il passato compatibile con la soglia d'attenzione del presente: bassi più gonfi, immagini più nitide, colori più aggressivi, tutto calibrato per schermi domestici e ascolti intermittenti, distratti dalla notifica, dalla telefonata, dal messaggino. È il paradosso della nostalgia contemporanea: restaurare opere nate per essere vissute collettivamente e consumarle invece nella solitudine distratta degli algoritmi.

Eppure, nel caso di ''Queen Rock Montreal'', la tecnologia non riesce a soffocare la vitalità originaria del materiale. Anzi, dentro quella chiarezza quasi eccessiva emergono dettagli umani che negli anni Ottanta si perdevano nelle copie VHS sgranate. Si vedono i volti del pubblico, giovanissimi, stupiti, spesso increduli. Si nota Brian May che osserva Mercury con una specie di sorriso paterno e complice. Si percepisce soprattutto il rapporto fisico fra band e audience, una tensione continua che nessun montaggio contemporaneo riuscirebbe a ricreare senza sembrare artificiale. Quindi di questa rimasterizzazione potremmo fare a meno e cercarci nell'usato le precedenti versioni. A meno che appunto non siate vergini e pronti a farvi sverginare da cotanta beltade.

C'è poi un altro elemento, più difficile da definire, che riguarda il modo stesso in cui oggi guardiamo la musica. Un concerto dei Queen non viene più osservato ascoltato digerito soltanto come un'esibizione: viene contemplato come si contempla un mito perché tale è stato pensato e performato e vissuto e condiviso. Ogni inquadratura di Mercury possiede ormai qualcosa di sacrale, quasi fosse il frammento di una civiltà perduta del rock. La distanza temporale trasforma gesti semplici — una corsa sul palco, un sorriso ironico, un pugno alzato durante "We Are the Champions" — in reliquie emotive.

Guardare ''Queen Rock Montreal'' significa allora partecipare a una forma moderna di commemorazione collettiva. Non si ascoltano soltanto canzoni; si rende omaggio a un'idea assoluta di rockstar, forse irripetibile, in cui talento, teatralità, vulnerabilità e smisurata ambizione coincidevano perfettamente nella stessa figura.

Oggi molti concerti filmati assomigliano a spot pubblicitari di lusso: colori perfetti, droni, schermi smisurati, correzioni digitali. ''Queen Rock Montreal'' appartiene invece a un'altra civiltà dello spettacolo, oggi irrimediabilmente perduta o tenuta in vita solo artificialmente appunto con questi supporti, una civiltà in cui il rischio, l'errore, l'imperfezione benedetta era ancora visibile. Mercury sbaglia qualche nota, suda, ride, si ferma a provocare il pubblico. Roger Taylor canta con rabbia quasi punk. Brian May prolunga gli assoli oltre ogni necessità commerciale. La band non teme mai il ridicolo, ed è proprio questa assenza di paura a renderla gigantesca.

Rivedere oggi questo concerto significa anche confrontarsi con l'idea stessa di carisma. Mercury non seduce attraverso la perfezione, ma attraverso l'intensità assoluta della presenza. Ogni gesto sembra eccessivo, eppure inevitabile. Quando attacca "Love of My Life" o trasforma il celebre gioco vocale di "Ay-Oh" in una liturgia collettiva, si comprende perché i Queen abbiano resistito a ogni mutazione del gusto pop: non erano soltanto una band, ma una forma di immaginazione.

La cosa più sorprendente di ''Queen Rock Montreal'', però, è che dopo oltre quarant'anni non appare come un reperto nostalgico. Al contrario, sembra ricordarci qualcosa che il rock contemporaneo ha quasi dimenticato: la gioia spettacolare dell'esagerazione. Non il cinismo dell'intrattenimento globale, ma il piacere infantile di quattro musicisti che credono davvero che una canzone possa trasformare un'arena in un'esperienza quasi mistica. E per novanta minuti, a Montréal, ci riescono completamente.

Voto 10. (Lorenzo Morandotti)