recensioni dischi
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MAGDA MAYAS  "Chant"
   (2026 )

Il nuovo album ''Chant'' di Magda Mayas non è un disco che “si ascolta” nel senso convenzionale del termine: è un ambiente da attraversare. Pubblicato da Unsounds Records nel 2026, il lavoro nasce da una ricerca sul pianoforte preparato, sulle accordature e sulla persistenza armonica, sviluppata anche attraverso registrazioni effettuate su sedici pianoforti differenti.

Quello che colpisce immediatamente è il modo in cui Mayas riesce a trasformare il pianoforte in un organismo respirante. Le tre lunghe composizioni — “Embodied”, “Halcyon” e la title track — non procedono per temi o variazioni riconoscibili, ma per addensamenti di materia sonora: corde sfregate, risonanze trattenute, armonici che sembrano emergere dal legno stesso dello strumento. È musica che lavora sul margine tra gesto fisico e dissolvenza elettronica, senza mai cedere all’estetica sterile di molta improvvisazione contemporanea.

“Embodied” è forse il brano più radicale: un lento campo magnetico di vibrazioni dove ogni suono sembra lasciare un’ombra dietro di sé. Mayas evita qualsiasi virtuosismo dimostrativo e preferisce scavare nella durata, nella microvariazione, nel dettaglio quasi tattile. Il silenzio non è una pausa: è un materiale compositivo al pari del suono.

In “Halcyon” emerge invece una dimensione più meditativa, ma mai new age. Le ripetizioni armoniche evocano una forma di trance minimale che ricorda certe intuizioni di Morton Feldman o Eliane Radigue, pur restando profondamente legata alla pratica improvvisativa berlinese. La musica sembra sospesa tra rituale e rovina, come se ogni nota arrivasse da una memoria distante.

La traccia finale, “Chant”, è il cuore emotivo del disco. Qui Mayas riesce a fondere la sua storica ricerca sul piano preparato con una nuova attenzione alla consonanza e alla risonanza prolungata. Il risultato non ha nulla di nostalgico: è un canto frammentario, quasi archeologico, dove gli accordi emergono come relitti luminosi dentro una nebbia di frequenze. Più che una composizione, sembra un processo di ascolto reso udibile.

Nel panorama della musica improvvisata contemporanea, ''Chant'' è un lavoro raro perché non cerca mai di impressionare. Non urla la propria complessità. La lascia sedimentare. E proprio in questa pazienza estrema il disco trova la sua forza: Magda Mayas non usa il pianoforte per produrre note, ma per interrogare il tempo, la materia e la memoria acustica stessa dello strumento. (Andrea Rossi)