TUMA "Sereno variabile"
(2026 )
Una delle principali aspettative, per chi compone canzoni, è che queste vengano analizzate in profondità, per coglierne gli aspetti più reconditi. Ma (purtroppo) questo capita assai raramente nella frenetica epoca che viviamo.
Però c’è qualcuno che non demorde nell’invitare ad un ascolto più attento, maggiormente analitico, per dare, così, risalto al significato meno superficiale.
Sto parlando del cantautore e volley-coach Tuma (Alberto), che ha da poco rilasciato il secondo album “Sereno variabile”, edito da Romolo Dischi, che fa seguito a quello di un lustro fa “Tuma 01”.
Le n(u)ove tracce abbracciano una mezzoretta di gradevole ascolto, espletato per far compartecipare ad un viaggio riflessivo, condotto da un artista col forte anelito di interpretare e risolvere i saliscendi della vita, in tutta umiltà.
Umiltà, sì, visto che lui dichiara sùbito che “Io non sono figo”, richiamando echi narrativi à là Silvestri ma con molta più autoironia, mentre la disincantata “Lavanda” e la deliziosa “Alieni” profumano di quell’indie-pop col tiro giusto.
Tuma si lascia udire con semplicità e simpatia, condividendo aspetti di vita nei quali siamo incappati un po' tutti (l’angoscia del lunedi, le urla dei bimbi, la tipa futura preda del playboy, le onde del mare ecc.). Invece, quasi filastroccando con naturalezza, chiama in causa “Carletto”, per regalarci un episodio dilettevole in modalità easy-listening, mentre tra violini incipienti e tam-tam discreto, si sposta poi a “Madrid” in aere malinconica e tanguera.
Grazie al pregiato apporto produttivo artistico di Manu Funk (che, in coda al disco, firma il remix di “Io non sono figo”) e a quello di una dozzina di bravi musicisti, Tuma assembla un album intimo, investigativo, colmo di vita pulsante. E non importa se l’intenzionalità progettuale non è originalissima, poiché occorre sempre valutare come la si conduce.
Lui l’ha contemplata non inseguendo a tutti i costi la notorietà ma, bensì, col fermo intento di raccontare, invitando a “cliccare” consapevolmente sulle emozioni che può trasmettere l’astrattezza della musica sincera. Insomma, Alberto non volle(y) clamore… (Max Casali)