ROBERTO COLELLA "Ce sta sempe na via"
(2026 )
Uscito il 7 maggio 2026 per l’etichetta Full Heads e con la produzione artistica di Massimo Blindur De Vita, “Ce sta sempe na via” è il primo album solista di Roberto Colella, cantautore e polistrumentista che per 12 anni è stato frontman della band napoletana La Maschera.
La maschera, si sa, è un elemento importante della tradizione popolare napoletana… E Colella ne fa riferimento nel testo dell’undicesimo e ultimo brano del disco, un valzer colorato dal tremolo di due mandolini e intitolato suggestivamente “Tutto passa”: le ultime due strofe, che probabilmente ricordano un brano di Sergio Bruni, cominciano con “Levate ’a maschera Pulicené!” e finiscono con “Ognuno crede ’e sapé ’a verità/ E pó va tutto ’o cuntrario”… l’imprevedibilità della vita, che travolge ogni certezza.
L’intero album pare sia un invito ad affrontare l’inatteso con autenticità e modestia, aprendo il cuore verso gli altri (l’unico modo per curarsi le ferite) e senza dare mai per scontate le proprie “verità”. Forse ascoltandolo con attenzione, possiamo cogliere quella risposta che cerchiamo, quella sottile via che – pur essendoci sempre – viene nascosta dall’ombra delle nostre convinzioni e dalle tante maschere autoprotettive che istintivamente indossiamo.
“La casa sull’albero” è il titolo del singolo che ha preceduto l’uscita dell’album e che ne è la traccia di apertura. La canzone è accompagnata da un videoclip realizzato mettendo insieme diverse riprese girate negli anni ‘90 da Rosario Colella e nel 2026 da Claudio Vitiello e Gianluca Esposito, su cassette mini DV, tutte avendo come protagonista Roberto a diverse età, circondato dal calore delle persone care.
Ma anche in assenza del video, l’atmosfera del brano – con linee melodiche e arrangiamenti anche elettronici che ricordano le sensazioni provate forse da molti di noi in quegli anni – ci fa staccare per qualche minuto dalla quotidianità frenetica, lasciandoci accompagnare dall’autore nella sua “casa sull’albero”, ovvero in ciò che lui stesso definisce come “un punto d’evasione simbolico in cui provare a capire il rumore del mondo, in cui ritrovare sé stessi e la giusta direzione”.
L’intensità della canzone sembra raggiungere l’apice quando all’improvviso spicca il verso “Spread your wings and fly away” (citato dal brano “Spread your wings” dei Queen), seguito da alcuni versi nei quali la paura di cadere e la paura di sentirsi vivi si confondono… Infine, una possibile via da seguire sembra essere quella percorsa in compagnia: “È importante sentirsi vicini nel viaggio”.
Le rassicuranti atmosfere musicali pop dei decenni passati, di quando si era ancora bambini, si ritrovano anche nel secondo brano del disco, intitolato “Tutt ‘o core mio”. Una “canzone d’amore di libera interpretazione”, come definita dall’autore, scritta dopo che il nonno novantenne gli aveva confessato di aver sognato la moglie ora non più in vita. La libertà d’interpretazione che ci viene concessa ci permette di leggere il testo in chiave identitaria, come una ricerca del sé attraverso l’identificazione immaginaria con una persona amata, ma assente: “Tu si tutt’ ‘o core mio”.
A volte si è portati a fantasticare sul fondersi con l’altro persino nella morte, perché “certi cose se ‘mparano sulo si sai cadé”… così come accade non solo nella storia di Romeo e Giulietta, ma anche in quella di Saul e Isabella, i due innamorati protagonisti della leggenda settecentesca diventata simbolo del piccolo comune di Trentinara nel Cilento.
Al loro amore Colella si è ispirato per creare il bellissimo brano “Saul e Isabela”, una ballata con quartetto di legni, che Roberto chiama – per via delle caratteristiche timbriche e ritmico-melodiche – “classicismo”. In questa registrazione, il quartetto è stato formato da Vittorio Coviello (flauto), Lia Merlino (oboe), Agostino Napolitano (clarinetto), Giuseppe Daniel Zucchetto (fagotto).
Un altro “classicismo” di non minore sensibilità, realizzato con la partecipazione di un quartetto di archi (Ondanueve String Quartet), s’intitola “Sozinho” ed è una reinterpretazione del celebre brano brasiliano scritto da Peninha e portato al successo da Caetano Veloso. La parola portoghese “sozinho” in italiano significa “solo”. La solitudine che cerca una risposta, l’amore che richiede conferma quotidianamente, il profondo legame con la propria terra amata nel cui ricordo – anche quando non vi si abita più – si trovano la forza e la consolazione necessarie per andare avanti: “E vvote dint’ ‘o scuro d’ ‘a notte/ ‘a fantasia me porta addu te”…
Si vaga per il mondo in un continuo cammino verso la consapevolezza di quella via che, anche se difficilmente visibile, “ce sta sempe”. E per alleviarci le fatiche del viaggio, l’autore napoletano ci regala anche due brani che intitola “canti”: “Canto dei soli” e “Canto della memoria”. Il “Canto dei soli” è dedicato ai venditori ambulanti e Roberto lo descrive così: “Il racconto dei nuovi schiavi, di chi vive ai margini e attraversa giornate infinite vendendo ciò che può per sopravvivere. Dentro una vita consumata dal sole e dalla distanza, il canto diventa l’unico spazio di salvezza”.
All’inizio la sottoscritta – cullata dai ritmi africani e dalle voci dei Blue Gospel Singers che abbelliscono ancor di più questo canto già molto bello e solare – pensava che nel titolo la parola “soli” fosse il plurale del sostantivo “sole”…
… per poi vivere la magia di una scoperta improvvisa: “soli” è anche il plurale dell’aggettivo (in questo caso sostantivato) “solo”, e “Sta jurnata nun fernesce mai” potrebbe essere il ritornello della solitudine quotidiana di tutti coloro che trascorrono la vita lavorando sulle spiagge, nei campi, nelle
fabbriche, negli uffici, negli ospedali, nelle scuole…
In una scuola si è recato anche l’autore, precisamente nell’Istituto Comprensivo “Samuele Falco” di Scafati (SA), dove un gruppo di ragazzi guidati dai loro insegnanti hanno formato un coro che nel cortile dell’edificio scolastico ha partecipato alla registrazione del “Canto della memoria”. Un dono
reciproco tra l’artista e la scuola, poi regalato a noi ascoltatori, per tenere sempre viva la memoria delle sofferenze dei popoli innocenti che subiscono violenze e del loro desiderio di pace.
“Canto della memoria” è la preghiera di un bambino di Gaza, scritta da Roberto Colella in napoletano, sotto forma di acrostico. Per chi ancora non lo sapesse, l’acrostico è una poesia in cui le prime lettere di ogni verso, lette in verticale, formano una parola o una frase di senso compiuto: in
questo caso, la frase è “FREE PALESTINA” e ogni lettera che la compone dà inizio a un pensiero carico di dolore e di verità.
“Esistere è na colpa ‘a chesti parti”, recita il terzo verso della canzone e a sentirlo il cuore si mortifica per la compassione nei confronti dei tanti esseri umani che – in Palestina e altrove – devono “camminare a stenti” per proteggersi la vita dalla malvagità di chi li odia per il semplice fatto di esistere.
La parola “memoria” nel titolo fa venire in mente il brano dei Radiodervish, “Giorni senza memoria”. Come in quel caso, anche qui si vogliono probabilmente ricordare tutte le atrocità che
l’odio tra gli uomini ha prodotto e continua a produrre nel mondo e di cui la storia sembra volersi dimenticare…
Ma per fortuna c’è chi lotta e resiste fino alla vittoria, cadendo e rialzandosi “alla fine dell’ultimo round”, proprio come fece Muhammad Ali. Al suo ricordo Roberto ha dedicato due tracce, per le quali qualsiasi descrizione sembra insufficiente: si devono ascoltare in prima persona.
“Ali, ne*ro!”, una poesia-manifesto contro il razzismo scritta da Linda Dalisi e recitata dalla voce espressiva di Francesco Di Leva su un impressionante fondale sonoro creato da Roberto Colella, introduce il brano dal titolo “Ali, bomaye!”, il cui ritornello – anche per mezzo delle voci dei Blue Gospel Singers – riproduce la frase scandita dal pubblico durante lo storico incontro di pugilato del 30 ottobre 1974, nello Zaire di allora, tra il campione del mondo in carica George Foreman e lo
sfidante Muhammad Ali.
In lingua lingala, oggi parlata nella Repubblica Democratica del Congo, il celebre slogan significa “Ali, uccidilo!” e nella sua sintassi si può notare un ribaltamento di “Ali, ne*ro!”, come una riconquista della propria dignità lesa.
“Il riferimento al ring” – spiega Roberto – “diventa metafora di una lotta più ampia: quella per i quartieri, per gli esclusi, per chi continua a credere nei propri ideali anche sull’orlo della resa. È un brano che trasforma il combattimento in coscienza, voce popolare e resistenza condivisa”.
Fa un particolare effetto la frase “Accort’ che ammore nun sempre è ‘o cuntrario d’ ‘a morte!”, che nel contesto del brano rappresenta un insegnamento ricevuto da Muhammad Ali da parte delle figure autorevoli che lo hanno guidato nel suo percorso di vita. Di nuovo l’amore e la morte s’incontrano, come avviene in “Saul e Isabela”, oppure – in forma leggermente diversa – nel brano “La casa sull’albero”, dove il desiderio di volare si confonde con la paura di cadere.
Non è da tutti riuscire a cogliere il nesso amore-morte, e coloro che ce la fanno sono spesso persone che durante la vita hanno subito almeno una perdita dolorosa… Roberto ha perso un caro amico d’infanzia e di gioventù, Federico, strappato brutalmente alla vita mentre dormiva la notte e senza
nessuna avvisaglia, all’età di soli 34 anni.
La canzone “Tiempo perz’“ – piena di allegria, come il ricordo dell’amico lo richiede – è a lui dedicata e nel suo testo l’autore riflette insieme agli ascoltatori sul passare del tempo e sull’importanza del godersi ogni momento della vita per quello che è: un dono prezioso.
“Life is what happens to you while you’re busy in making other plans”, disse il grande John Lennon e Roberto Colella lo cita nella descrizione del commuovente brano… “Una riflessione lucida e dolente sul tempo che sfugge mentre siamo occupati a vivere il quotidiano. Ciò che rimandiamo, ciò che accumuliamo, ciò che lasciamo passare diventa distanza, assenza, occasione perduta”.
Ma le voci registrate che possiamo sentire alla fine della canzone lasciano – tra i loro sorrisi spensierati e le lacrime di chi le ascolta conoscendo la storia – un barlume di speranza che forse camminando, il tempo si possa ancora accarezzare (“cammenanne, ‘o tiempo, ‘o pozz’ accarezzà”): la voce di Federico stesso, che tra battute e risate si sente dire anche “E poi sarà come morire”, e quella di una ragazza, un’amica loro, che dice di voler lasciare Federico alla stazione…
Prima della conclusiva “Tutto passa”, che sembra voler chiudere il cerchio della vita e della morte, i Blue Gospel Singers insieme all’autore ci accolgono di nuovo, questa volta con un brano che Roberto descrive come un gospel “consolatorio” e addirittura come un abbraccio: un abbraccio musicale, nel cui testo veniamo a conoscere la destinazione della via: “Ce sta sempe na via/ pe’ nunn essere sulo a stu munno”…
…Un vero e proprio motto del disco, che possiamo leggere anche dietro la giacca indossata dall’autore nella foto di copertina. Sopra di lui, un cielo “Magritte” fotografato “dal balconcino di
casa Colella il 10 marzo 2026”: lo stesso cielo che tutti vediamo e dove tutto quanto ritornerà. (Magda Vasilescu)