STEFANO PANUNZI "Caravaggio"
(2026 )
Se la musica progressiva e l'art rock d'avanguardia avessero un corrispondente pittorico, questo sarebbe senza dubbio il chiaroscuro. Con "Caravaggio", il cantautore e compositore romano Stefano Panunzi non si limita a dedicare un tributo al genio tormentato del Merisi, ma compie un'operazione più profonda: traduce i contrasti violenti, la luce divina e l'oscurità carnale della pittura seicentesca in pura materia sonora.
Questo monumentale doppio album rappresenta probabilmente il vertice espressivo della carriera solista di Panunzi, superando persino l'eleganza dei precedenti ''Beyond the Illusion'' e ''Pages from the Sea''. La struttura di ''Caravaggio'' si sviluppa lungo un minutaggio generoso (oltre due ore e mezza di musica) suddiviso in due macro-capitoli. Se il primo CD mette a fuoco l'urgenza espressiva, la ferita aperta del mondo moderno e la figura bellicosa del pittore, il secondo si muove su territori più dilatati e intimi, lavorando per sottrazione.
Panunzi governa un'orchestra di "sacri mostri" del progressive e dell'art rock internazionale. I brani non sono semplici composizioni, ma tele in cui ogni ospite apporta una pennellata materica: la voce celestiale di Tim Bowness (No-Man) in ''Hidden Ties'' flirta con una bellezza siderale, mentre il flauto e il sax di Theo Travis carezzano l'ascoltatore creando atmosfere fluttuanti. La chitarra d'avanguardia di David Torn e la voce di Grice nella monumentale title-track d'apertura squarciano il buio con fiammate elettriche improvvise.
Brani come ''Don't Touch Me'', impreziosito dal tocco geometrico di Markus Reuter (alla Chitarra Warr), evocano il carattere rissoso e tormentato del pittore. Le ritmiche ossessive e sferzanti di ''Ink Scars'', sorrette dal basso ruggente di Luca Ferrari e dalla voce spettrale di Elisabetta Todrani, trascinano l'ascoltatore nei vicoli bui e disperati dell'animo umano.
''Caravaggio'' è un album che respira la complessità del presente. Pezzi come ''No More Wars'' e la drammatica chiusura di ''Gaza'' dimostrano che la sensibilità di Panunzi non è arroccata in un passato museale, ma osserva il dolore del mondo contemporaneo con lo stesso occhio crudo e privo di retorica con cui il Merisi dipingeva i suoi santi dai piedi sporchi.
Tuttavia, il momento più commovente e spirituale dell'opera risiede nel secondo disco: "Tribal Innocence, Part 2". Qui Panunzi compie un piccolo miracolo, ripescando una vecchia registrazione d'archivio in cui pulsa l'inconfondibile basso fretless del compianto Mick Karn (storico membro dei Japan). Sentire quel suono sinuoso e liquido dialogare con la tromba di Mike Applebaum e le tastiere di Stefano evoca una presenza fantasmatica e bellissima, un tributo alla memoria che da solo vale l'ascolto dell'intero lavoro.
''Caravaggio'' non è un disco da consumare distrattamente in streaming; è un'esperienza immersiva che richiede penombra e isolamento. Stefano Panunzi ha firmato la sua opera totale: un saggio di altissimo artigianato in cui il jazz, l'ambient d'atmosfera sylviana e il prog moderno si fondono per dare voce all'inquietudine umana. Un capolavoro di squisita intensità drammatica. (Andrea Rossi)