ROBERTO FABBRICIANI "Paolo Cavallone Miroirs d'esquisses"
(2026 )
C’è una dimensione in cui il suono non è più semplicemente musica, ma gesto, luce riflessa, materia che si sfalda e si ricompone: ''Miroirs d’esquisses'' di Paolo Cavallone, nelle mani di Roberto Fabbriciani, abita precisamente questo spazio. Non si tratta di un disco di facile fruizione né di un ascolto “lineare”: è piuttosto un’esperienza di attraversamento, fatta di superfici sonore che si inseguono come riflessi cangianti.
Già dal titolo emerge la poetica dell’opera: specchi di schizzi, ovvero frammenti, idee, intuizioni che non cercano necessariamente una forma definitiva ma si mostrano nella loro natura instabile. Cavallone lavora per sottrazione e stratificazione, costruendo una drammaturgia del dettaglio in cui ogni microsuono acquista peso e significato. Non ci sono temi riconoscibili nel senso tradizionale, ma cellule, respiri, tensioni che emergono e si dissolvono.
In questo universo sottile e complesso, Roberto Fabbriciani non è solo interprete ma vero e proprio co-creatore. Il suo controllo sul suono del flauto (nelle sue varie estensioni e declinazioni) è impressionante: soffio, suono pieno, multifonici, fruscii e vibrazioni si integrano in un linguaggio estremamente ricco. La sua esecuzione riesce a tradurre la scrittura di Cavallone in qualcosa di vivo, corporeo, quasi tattile. Fabbriciani non “suona” i brani: li esplora, li interroga, ne fa emergere le tensioni nascoste.
Uno degli aspetti più affascinanti del disco è la gestione del silenzio. Le pause non sono mai vuote, ma cariche di attesa, come se ogni suono lasciasse un’eco invisibile che continua a risuonare. In questo senso, l’ascolto richiede una partecipazione attiva: non è musica da sottofondo, ma un invito all’attenzione, alla sospensione.
La scrittura di Cavallone mostra una consapevolezza timbrica rara: ogni gesto sembra calibrato con precisione quasi chirurgica, e allo stesso tempo conserva una qualità organica, imprevedibile. I “mirrors” evocati dal titolo si traducono in giochi di rifrazione sonora, dove la stessa idea appare sotto angolazioni diverse, deformata, amplificata o ridotta a traccia evanescente.
Dal punto di vista emotivo, l’album non si impone con dichiarazioni esplicite: procede per allusioni, per tensioni sotterranee. Ne risulta un paesaggio sonoro che oscilla tra fragilità e inquietudine, tra rarefazione e improvvisi addensamenti. È una musica che non racconta, ma suggerisce; non descrive, ma evoca.
In definitiva, ''Miroirs d’esquisses'' è un lavoro di grande raffinatezza e rigore, che trova nella sensibilità e nella maestria di Fabbriciani il suo veicolo ideale. Un disco che sfugge alle categorie convenzionali e che premia l’ascoltatore attento, disposto a lasciarsi guidare in un territorio dove il suono è pensiero e il pensiero diventa pura vibrazione. (Andrea Rossi)