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SIRIL MALMEDAL HAUGE & KJETIL MULELID  "I remember oranges"
   (2026 )

''I Remember Oranges'' di Siril Malmedal Hauge & Kjetil Mulelid è un disco che si muove in punta di piedi, ma lascia un’impronta emotiva sorprendentemente profonda. È uno di quei lavori che non cercano di colpire subito, bensì di sedimentare lentamente, come il profumo persistente – e un po’ malinconico – evocato dal titolo stesso.

Fin dalle prime tracce si percepisce una poetica ben definita: il duo norvegese lavora su un minimalismo sonoro raffinato, fatto di spazi, silenzi e micro-variazioni. Il pianoforte di Mulelid disegna paesaggi sobrii, quasi nordici per austerità, in cui ogni nota sembra scelta con cura chirurgica. Non c’è mai esibizione tecnica fine a sé stessa: tutto è funzionale a creare un clima, una sospensione.

La voce di Siril Malmedal Hauge è il vero centro emotivo del disco. Intima, vellutata, ma mai fragile, si muove tra jazz, folk e suggestioni cameristiche con una naturalezza disarmante. La sua interpretazione evita i cliché del vocal jazz più tradizionale e punta invece su una narrazione trattenuta, quasi confidenziale. È come se ogni brano fosse sussurrato a pochi centimetri dall’ascoltatore.

Uno degli aspetti più interessanti dell’album è il modo in cui i due musicisti costruiscono il dialogo: non c’è una gerarchia rigida tra voce e piano, ma un continuo scambio. In certi momenti il pianoforte guida, in altri accompagna, in altri ancora sembra semplicemente osservare. Questo equilibrio dinamico rende l’ascolto estremamente organico.

Il repertorio, che alterna composizioni originali a riletture, mantiene una coerenza stilistica molto forte. Le melodie sono spesso lineari, quasi essenziali, ma proprio per questo riescono a insinuarsi con facilità. Non si tratta di brani che puntano su hook immediati: sono piuttosto piccoli frammenti emotivi, che acquistano senso nel loro insieme.

L’album funziona particolarmente bene nella gestione del tempo: non ha fretta, non rincorre climax spettacolari, e proprio per questo crea una tensione sottile ma costante. È musica che invita all’ascolto attento, magari in solitudine, lasciando spazio alla riflessione.

C’è anche un forte senso di “nordicità” – quel marchio tipico di molta produzione jazz scandinava – ma qui filtrato attraverso una sensibilità estremamente personale. Non è un freddo estetico: al contrario, sotto la superficie controllata emerge una calda nostalgia, un senso di memoria che si lega perfettamente all’immagine delle “arance” del titolo, simbolo di qualcosa di vivido e distante allo stesso tempo.

In definitiva, ''I Remember Oranges'' è un disco che non cerca mai di impressionare, ma riesce comunque a distinguersi per coerenza, eleganza e profondità emotiva. È un lavoro che parla a chi apprezza le sfumature più che i contrasti, e che dimostra come, anche con mezzi ridotti, si possa costruire un universo sonoro ricco e suggestivo.

Un album da ascoltare lentamente, più volte, lasciandolo maturare: proprio come un ricordo che riaffiora, ogni volta con un dettaglio diverso. (Andrea Rossi)