JUSTINA REPEČKAITĖ "Tapestries"
(2026 )
Justina Repečkaitė è una compositrice lituana classe '89, che ha studiato in Francia e negli ultimi dieci anni la sua figura è spiccata. L'album “Tapestries”, uscito per Music Information Centre Lithuania, raccoglie otto idee diverse, concepite in tempi diversi (dal 2012 al 2024), realizzate in luoghi diversi, con organici diversi.
Accostate, queste otto idee dimostrano la duttilità con la quale Repečkaitė sa scrivere per un'intera orchestra, un solo strumento, e utilizzare anche l'elettronica assieme a strumenti antichi.
La lezione delle avanguardie è evidente. La prima composizione che ascoltiamo, “Chartres”, è il suo lavoro scritto per il diploma. In questi nove minuti, l'orchestra tesse delle cellule armoniche e disarmoniche cangianti, poi viene costruito un dialogo di glissati. Tutti gli strumenti glissano in maniera alternata, e gli archi spesso suonano col tremolo, talvolta in pizzicato.
È l'unica composizione che suona “circolare”, perché Repečkaitė si è ispirata alle coloratissime vetrate della cattedrale di Chartres, meglio nota come cattedrale di Notre Dame de Paris. L'architettura gotica è trasposta anche in musica, e questo gusto per l'oscuro e l'inquietante è presente anche nelle successive composizioni, dalla struttura stavolta meno chiusa.
“Incantare” è un brano per flauto e voce. Che detto così sembra intuibile... invece le voci sono una sovraincisione di nastri della voce di Repečkaitė, che emette versi gutturali, acutissime note prolungate, sospiri e gemiti. Sopra questa tessitura di voci sovrapposte, si staglia il flauto, suonato anch'esso spingendo lo strumento oltre i suoi limiti. Mai come in questo caso è opportuno dire che stiamo ascoltando “due fiati”.
“Tapisserie” è un intreccio di cellule ritmico – melodiche, soprattutto di note acute di pianoforte. Da un certo punto in poi, i tasti bassi del piano tornano regolarmente, a scandire un battito brusco. Tutto questo perché la compositrice si è ispirata all'artigianato. “Tapisserie” fa parte di un programma più ampio, che traduce in musica diversi lavori manuali, e in questo caso lo spunto parte da quello del tessitore. Con un po' di fantasia, sembra di sentire il telaio e i rocchetti muoversi.
Ovviamente stiamo parlando di musica atonale, i riferimenti da seguire sono tutti timbrici e ritmici, non ci sono armonie né melodie. E continuando su questa strada, il pianoforte è presente anche in “Sturnus vulgaris cohibitus”, dove Repečkaitė ha aggiunto quattro trasduttori alle corde, per elaborare elettronicamente il suono dello strumento mentre suona la pianista Marta Finkelštein.
Queste elaborazioni trasformano il suono del pianoforte in fischi quasi liquidi e cinguettii. Questo perché il brano trae spunto dal periodo del lockdown, quando, durante il confinamento, Repečkaitė tornava a sentire il canto degli uccelli, restituendolo così nella composizione.
“La Cité des Dames” è un coro di sei soprani, e anche nella scrittura vocale Repečkaitė conferma la passione per le dissonanze. Una delle sei voci si staglia dai cluster creati dalle altre cinque, per eseguire acuti colpi di glottide.
Con “Vellum”, entriamo nel mondo delle percussioni, che accanto agli archi diventano protagoniste, anche se in maniera aritmica. Nel frattempo, gli strumenti intonati indugiano su glissati ascendenti. Anche il glissato è un tratto ricorrente, fra le scelte di Repečkaitė.
Si sente anche nel breve brano per solo trombone “Datura”, ispirato all'omonimo fiore che ha la forma di trombone e viene usato per alcuni rituali. La compositrice lituana applica l'elettronica anche al suono del trombone. Ma è la traccia conclusiva a lasciare il segno.
“La muë” è un brano di diciassette minuti per coro di voci bianche, elettronica e... serpentone! Il serpentone è un fiato del tardo barocco, appartenente alla famiglia dei cornetti, e ha il tubo dalla caratteristica forma serpentina.
Il serpentone subisce più volte delle elaborazioni elettroniche, mentre il coro, ça va sans dire, intesse dissonanze. A un certo punto, uno dei bambini intona una melodia piena di cromatismi, che mi ricorda quelle di Miles ne “Il Giro Di Vite” di Benjamin Britten.
Come vedete, in sole otto idee siamo passati da un'intera orchestra che glissa, a un pianoforte preparato coi trasduttori, alla tape music con nastri vocali sovraincini, all'elettronica che simula gli uccellini, a composizioni corali di donne e voci bianche e uno strumento antico. “Tapestries” testimonia la vivacità creativa di Justina Repečkaitė e la sua costante ricerca di spunti nuovi. (Gilberto Ongaro)