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PENSIERO NOMADE  "Le umane preghiere"
   (2026 )

Il polistrumentista Salvo Lazzara è tornato col suo Pensiero Nomade, progetto di musica ambient strumentale che propone una raffinata costruzione ritmica e timbrica.

L'avevamo già incontrato nel 2024 con “Ultime foglie”, dove suoni occidentali incontravano suoni arabi, come quello del duduk, e ancora prima nel 2021 con “Un cerchio perfetto”, che Lorenzo D'Antoni ha definito “un disco da divorare” (https://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=8356).

Stavolta il duduk non c'è; “Le umane preghiere”, uscito per Filibusta Records, è basso-centrico. Non perché Lazzara si lanci in virtuosismi sulle quattro corde, ma perché i brani si sviluppano quasi sempre a partire dai suoi riff, spesso rotondi e intriganti come quelli di Tony Levin.

Anche stavolta troviamo al violino Giorgio Finetti (oltre che piano e tastiere). Assieme al basso, il violino è l'altro protagonista dei brani, come si sente in “A passo lento” con la sua melodia bicorde. A batteria e percussioni c'è Davide Guidoni, ed è presente anche un altro ospite a tromba e corno francese, che per puro caso conosco su YouTube: Marc Papeghin.

Papeghin, oltre a suonare, ha anche un canale YouTube dove propone spesso versioni delle colonne sonore arrangiate interamente per il suo corno francese. Lo sentiamo alla tromba nel soundscape di “Cercando quiete”, a ripetere un frammento melodico gioioso, e suonare più malinconico ne “La processione delle nuvole”, con piglio più jazz.

I titoli sono interpretabili liberamente e abbastanza evocativi, come “Il mare in fondo alla strada”, cosa che risveglia in me una paura ricorrente, essendo un automobilista veneto. Ogni volta che guido verso Venezia, magari di sera in mezzo alla nebbia, ho l'irrazionale timore che mi trovi di fronte le onde senza preavviso. Ma la musica che porta questo titolo in realtà è molto più amichevole e rilassante delle mie paranoie.

“A che serve il ricordo”, “Invito al cuore ribelle”, “Danzare ancora”, “Inutile attesa”. I titoli sono particolari ed evocano riflessioni diverse, ma la musica nel complesso è abbastanza omogenea stilisticamente. Il procedere percussivo, il basso pulsante, gli interventi di tastiera, l'incessante violino creano affreschi tanto fantasiosamente colorati quanto coerenti tra di loro.

Ormai i confini musicali nel 2026 sono tutti sfumati, ma è sempre bene rievocare le provenienze d'origine degli strumenti e delle pratiche, per ricordarci che la ricchezza che ci fa ascoltare Pensiero Nomade non è scontata, ma frutto di incontri interculturali già avvenuti nel corso degli ultimi quarant'anni.

Ad esempio, un piccolo dettaglio (ma che per me fa la differenza) sta nel brano “La vigilia della festa”: qui convivono un darbouka tra le percussioni, che è strumento nordafricano e mediorientale, e una melodia del violino che incede come accade nel folk irlandese.

Tra i vari strumenti che suona Lazzara, anche stavolta c'è l'HarpOud, una particolare chitarra a 19 corde, dal particolare suono a metà tra un'arpa e un oud. “Le umane preghiere”, la titletrack, è quella che conclude l'album, con un groove funky di batteria e suoni di pianoforte di tastiera che si rincorrono, mentre il violino suona effettato con una compressione che ovatta il suono e lo fa sembrare “lontano”, o meglio “nell'altra stanza”, come amano dire i miei amici ingegneri del suono.

Mi sento di rubare le parole di Lorenzo D'Antoni: anche in questo caso, “Le umane preghiere” è un disco da divorare. Perché è gustoso, ed è musica senza sovrastrutture. Non ci sono testi che ricordino, in maniera un po' didascalica, l'importanza degli incontri culturali: semplicemente, il progetto Pensiero Nomade li realizza e ce li fa ascoltare, in maniera piacevole e calorosa. (Gilberto Ongaro)