MARCO CANTINI "Fermi così"
(2026 )
Uscito per Radici Records, “Fermi così”, quinto disco di Marco Cantini, è un inaspettato volo in picchiata nel Pensiero con la P maiuscola, nella capacità di mettere a fuoco le idee con una lucidità disarmante.
Le idee sono tante: quelli di Cantini sono testi fluviali e pregnanti, cantati in modo logogenico (cioè non teatrale, mettendo in risalto la parola più che l'interpretazione, come De André e De Gregori, al contrario del canto patogenico, per capirci quello di Cocciante).
Questa scelta è necessaria, perché il flusso di pensieri è ordinato ma comunque denso, accompagnato da chitarra acustica, quartetto d'archi e a volte pianoforte. Le parti cantate sono alternate da semplici e tenerissimi temi di violino e piano, e le dieci canzoni sono suonate tutte di fila, come fosse un'unica mega canzone.
Il concept si incentra su due vite che si incontrano, con ampio sguardo al passato, e si sente la tensione tra la nostalgia e la consapevolezza critica verso quegli anni. Cantini è del '76, cresciuto a pane e cantautori, ma è nato pure nell'anno maledetto, per i cantautori.
Nel 1976, De Gregori viene aggredito e minacciato da facinorosi violenti di Autonomia Operaia e altri movimenti della sinistra extra parlamentare: sono saliti sul palco, e il cantautore ha subito un processo pubblico; nello stesso anno, esce la celebre “L'avvelenata” di Guccini, nella quale egli inveisce contro i critici e dichiara che a canzoni non si fan rivoluzioni.
La canzone d'autore cercava di affermarsi come visione diversa del mondo, conquistando una valenza culturale elevata (da due anni esisteva il Premio Tenco), e questo increscioso episodio ha generato una frattura nei movimenti, e insieme a tanti altri passi falsi in altri ambiti, ha portato poi al riflusso nel privato, alla marcia dei quarantamila, ai paninari e al mondo rimbambito che ben conosciamo.
Le parole di Cantini sembrano affondare in un passato mitizzato anche dalla sua generazione, che per forza di cose è successiva. In “Sensi”, risponde ad un famoso slogan dell'epoca, riportato in seguito dai 99 Posse e dal Teatro degli Orrori, cioè “Pagherete tutto, pagherete caro”: “E non è vero che han pagato caro, non hanno mai pagato niente”.
La canzone è un bagno di lucidità: “La tua rivoluzione per gioco. Ora ricordi tutto quello che c'era, invisibile in foto (…) Se resteremo ancora sordi e ciechi a ciò che è già accaduto, senza vedere dallo spazio più vuoto, senza capire che ci hanno mentito, scagliando pietre a una figura riflessa, un'invettiva che si crede complessa, ma l'ignoranza più vera che c'è, non sospetta di sé”.
La canzone di apertura, “There, The Moon”, riporta in auge un concetto che da 40 anni almeno tendiamo a disconoscere, quello di classe sociale: “So che la classe a cui appartengo decide come vedo il mondo”. Questa è una verità da scolpire, e Cantini la proietta in un domani impotente: “Come una nave malmessa che oggi è il nostro futuro, come un granello che prova a graffiare quel muro”.
Tra passato e futuro, Cantini non disdegna frecciatine al presente: “Lo chiama merito e lo aggrega all'istruzione, la povertà è una colpa che non ha mai ragione”. Questo in “Fuoco”, dove tra le tante cose il cantautore allude alla strage di Piazza Fontana (di matrice eversiva), ribadendo gli scarsi risultati dei militanti non violenti: “Se abbiamo fatto del nostro meglio, quel meglio è troppo poco”.
“Come” si scaglia contro l'indifferenza nella quale ci stanno abituando a vivere oggi, con i sovrastimoli negli smartphone: “C'è chi non vede l'ennesimo sopruso, e poi si tiene in tasca le distruzioni per l'uso”. Molto apprezzabile un riferimento a “Cara maestra” di Luigi Tenco, dove Cantini inverte il classismo che Tenco mostrava a scuola: “Il traguardo estremo di ogni fatica è finalmente vivere la propria di vita, è come alzarsi in piedi per un bidello che non può parlare, restar seduti se entra il direttore”.
Il passato va conservato, anche quando fa male, per non ripetere gli stessi errori. In “Tempo”, Cantini canta: “Vivere è stato come bersi senza sete (…) perché liquido è il passato a basso tasso di ricordi”. Non dimentica mai di continuare a prendere posizione: “Per essere ovunque gli ultimi, in questa orribile razza di primi”.
Un minuto di spoken word, recitato dall'attore Rosario Campisi, ferma il flusso di ricordi e pensieri in “Fermi!”, raccontando di un “incanto”, un'entità, una sorta di spirito che in una zona di montagna le persone aspettano di incontrare, prima di proseguire il cammino, una sorta di protettore. A fine interludio, l'attore dice di avvistarlo, e così possiamo continuare col disco.
L'incanto fa il suo lavoro e addolcisce un po' l'amarezza, nel tirare le somme nelle canzoni successive. “F.” dice: “E confessarci che quasi nulla è andato come immaginavamo tanti anni fa, (...) sentivi il miele di ragazze di fame, già consapevoli che ogni cosa passa, senza sapere che tutto rimane”. Tutto rimane, quindi anche se non ci sembra di aver ottenuto grandi risultati con le nostre azioni, le nostre azioni lasciano tracce per i posteri; nulla va completamente perduto.
“Circobarnum” rievoca il Giuramento di fedeltà dei Giovani Fascisti al Campidoglio nel 1930, ma con uno sguardo quasi pietoso verso quei ragazzi. Cantini ricorda che in certe situazioni ci si trova anche per inganno, per mancanza di coscienza, o per paura. Infatti, il brano finisce così: “Se è vero che spesso padri ignoranti fanno figli un po' fessi, sempre dai Padreterni nascon figli crocifissi”.
Con “Albori”, da un passato collettivo si passa ad un ricordo personale del cantautore: “Rivedo i miei alla finestra sorridermi di tenerezza, mentre ritorno dall'asilo stanco e mi trascino”. Dall'infanzia il ritornello schizza verso l'ultimo giorno, benedicendo l'incontro tra le due persone che è il filo dell'album: “In fondo sarà dolce anche il tranquillamente finire, senza lasciare traccia, tramontare. Perché poteva non accadere, e invece guarda, ci siamo incontrati, ora lo vedi, non è stato per niente. Ormai nessuno qui può dirsi innocente”.
L'album si chiude con “Milano”, condito da un violino solista particolarmente efficace, che gioca con gli armonici e con un tremolo estremo. E la canzone finale inizia con un'altra frase da scolpire: “Io lavoro duro ogni giorno al mio prossimo errore, se la non conoscenza ormai è solo un valore”.
Cantini continua a viaggiare in direzione ostinata e contraria, e durante tutto l'album utilizza spesso e volentieri il “noi”, pronome che dovrebbe tornare di moda. E lo so che mi sono dilungato, ma vi ho riportato solo una piccola parte della ricchezza di riferimenti presenti in quest'album. “Fermi così” è da ascoltare con attenzione, lasciandosi trasportare dalle commoventi melodie strumentali che si alternano ai testi oceanici, che rimettono al centro la coscienza di classe. (Gilberto Ongaro)