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JAKE BUGG  "A modern day distraction (deluxe version)"
   (2026 )

Jake Bugg, ovvero il ritorno alle radici di un songwriter inglese perennemente in cerca di identità.

Stanchi degli Oasis? Volete una pausa dalla sbornia depressionaria in stile Radiohead? Qui c'è qualche sentiero alternativo, magari di qualità non eccelsa, ma, vivaddio, non di soli Olimpi vive l'ascoltatore contemporaneo, a volte anche la medietas porta buoni frutti.

Quando Jake pubblicò il suo album di debutto nel 2012, la stampa britannica lo salutò come l'ennesimo ragazzo prodigio di una lunga serie, destinato a raccogliere l'eredità dei grandi cantautori inglesi.

Nato e cresciuto a Clifton, quartiere popolare di Nottingham, Bugg si impose grazie a una combinazione rara: una scrittura sorprendentemente matura, una voce ruvida e riconoscibile e una conoscenza della tradizione folk e rock britannica che sembrava francamente appartenere a un musicista di un'altra generazione.

Oggi, a distanza di oltre un decennio e sei album in studio, è l'ora dei rendiconti, guardare indietro per guardare avanti, ed ecco che ''A Modern Day Distraction'' rappresenta probabilmente il punto di equilibrio più convincente della sua maturità artistica. Che promette, si guardi bene, altri sviluppi se solo il nostro manterrà la coerenza del passato e troverà magari un produttore illuminato come meriterebbe ogni grande. Chissà.

La recente Deluxe Edition appena apparsa nei negozi per la gioia dei danarosi collezionisti, accompagnata però da una chicca ossia dal nuovo singolo ''Never Said Goodbye'', offre l'occasione per rileggere un disco non datato ma comunque consapevolmente agè che segna un ritorno alle caratteristiche che hanno reso Bugg una figura unica nel panorama musicale britannico.

Non si tratta di un'operazione nostalgica né di un tentativo di replicare il successo degli esordi, si badi bene. Piuttosto, è il lavoro di un artista che ha smesso di rincorrere mode e aspettative esterne per concentrarsi su ciò che, alla prova dei fatti e alla luce di una militanza di vari lustri, sa fare meglio: raccontare sé stesso e l'Inghilterra contemporanea attraverso canzoni semplici, dirette e profondamente umane. Il che, sarà il caso di ribadirlo fino alla nausea in tempi di intelligenza artificiale, non è affatto poco.

Il titolo stesso, ''A Modern Day Distraction'', sembra riflettere sulle contraddizioni della società contemporanea, tra alienazione digitale, precarietà economica e difficoltà relazionali, un cocktail micidiale alla base di tanti disagi che chiedono solo agli artisti e ai loro talismani creativi di esser espressi e in qualche modo esorcizzati. Temi che Bugg affronta con uno sguardo da osservatore, da cronista agli angoli della strada, più che da moralista.

In questo senso, a ben vedere, il presente disco si inserisce all'interno di una tradizione profondamente britannica, quella dei narratori della working class che va dai Kinks di Ray Davies ai Jam di Paul Weller, passando per Billy Bragg fino ad arrivare agli Arctic Monkeys e a Sam Fender. E nel cinema viene in mente un Alan Parker.

Molti dei brani sembrano dialogare con quella cultura musicale e sociale che ha sempre raccontato la provincia inglese lontano dai riflettori londinesi. Bugg continua a descrivere personaggi ordinari, tensioni quotidiane e sogni disillusi, mantenendo una sensibilità che ricorda tanto il realismo sociale del cinema di Ken Loach (quando non è retorico e fine a sé stesso) quanto appunto la scrittura dei grandi songwriter britannici.

Dal punto di vista sonoro, il disco merita una annotazione dato che è costruito con grande attenzione all'equilibrio. La produzione di Patrick Mascall e Mark Taylor evita gli eccessi contemporanei (l'aborrita ia che temo sconvolgerà in peggio le abitudini di ascolto contemporanee) e punta invece su un suono organico e per quanto possibile naturale.

Le chitarre acustiche tornano a occupare una posizione centrale, sostenute da arrangiamenti che lasciano respirare le canzoni. Le parti elettriche non cercano mai l'effetto spettacolare ma lavorano per sottrazione, creando profondità e atmosfera.

Si percepisce la volontà di preservare l'immediatezza delle performance. La voce di Bugg rimane sempre al centro del mix, poco trattata e valorizzata nella sua caratteristica ruvidità. Il risultato anche qui non è fine a sé stesso e senza radici dato che richiama in modo abbastanza percepibile la tradizione britannica degli anni Sessanta e Settanta, con riferimenti che spaziano da Donovan a Bert Jansch, passando per il folk-rock inglese e il songwriting classico d'oltremanica.

Anche quando il disco si apre a sonorità più moderne, non perde mai quella dimensione artigianale che costituisce uno dei suoi punti di forza.

La Deluxe Edition che ora abbiamo a disposizione, sia in digitale che in formato fisico, aggiunge ulteriore valore grazie come detto alla chicca, ossia a quella ''Never Said Goodbye'', una ballata malinconica che si inserisce perfettamente nel percorso emotivo dell'album. È uno di quei brani che dimostrano come Bugg continui a dare il meglio di sé quando rinuncia a qualsiasi artificio e si affida esclusivamente alla forza della melodia e della narrazione.

''A Modern Day Distraction'' in sintesi non è un album rivoluzionario, né pretende di esserlo alla prova dei fatti. La sua forza risiede proprio nella capacità di riaffermare l'attualità di una scrittura che trova ancora significato nelle storie quotidiane e nelle emozioni raccontate senza filtri.

In un panorama dominato dalla ricerca costante della novità, Jake Bugg sceglie la strada più difficile: restare fedele alla propria identità. E proprio per questo il risultato appare autentico, credibile e, a tratti, per come sono messe oggi le cose nell'universo della musica, sorprendentemente necessario.

Voto 7,5. (Lorenzo Morandotti)