THE FAMILY MEN "Co/de/termination"
(2026 )
''Co/de/termination'' dei Family Men (da Göteborg, contea di Västra Götaland, Svezia) è un disco che non chiede il permesso: entra, occupa lo spazio e lo deforma. È un lavoro che si muove nel territorio viscerale tra industrial, noise rock e post-hardcore, ma più che citare Swans, Nine Inch Nails o The Jesus Lizard, ne assorbe la grammatica per sputarla fuori in una forma nuova, disturbante.
Fin dalle prime tracce si percepisce una tensione strutturale quasi meccanica: i brani non “partono”, si avviano come processi inevitabili. Ritmiche martellanti e ossessive ricordano la ripetizione liturgica dei primi Swans, ma qui la funzione non è solo rituale: è anche disintegrazione. Le chitarre non costruiscono riff nel senso classico, ma masse sonore dentate, abrasive, come se ogni accordo fosse sottoposto a una pressione eccessiva fino al punto di rottura.
La produzione è volutamente claustrofobica: compressa, sporca, ma mai casuale. C’è una precisa volontà di controllo dentro il caos, una dialettica che richiama il miglior Trent Reznor, soprattutto nelle stratificazioni di rumore e nei dettagli elettronici che emergono sotto la superficie, quasi come cortocircuiti emotivi. Ma dove i Nine Inch Nails spesso cercano una catarsi, i Family Men sembrano negarla: ogni climax viene sabotato, deviato, lasciato sospeso.
La voce è un altro elemento chiave: più declamata che cantata, più ferita che espressiva. Si muove tra rantoli, spoken word e improvvise impennate isteriche, evocando la ferocia grezza dei Jesus Lizard. Non c’è compiacimento nella performance vocale: solo urgenza. È una voce che non ti coinvolge: ti accusa.
I testi (quando afferrabili tra le distorsioni) sembrano ruotare attorno a temi di collasso identitario, alienazione e dinamiche di controllo. Il titolo stesso, ''Co/de/termination'', suggerisce una frattura tra cooperazione e annientamento: un sistema in cui le relazioni non sono mai neutrali, ma sempre cariche di attrito, conflitto, dominio.
Tra i momenti più riusciti ci sono quelli in cui la band rallenta, lasciando emergere un senso di minaccia latente: bassi pulsanti, feedback controllati, silenzi carichi. Qui il disco respira, ma è un respiro corto, ansioso, mai liberatorio.
Nel complesso, ''Co/de/termination'' è un album esigente, volutamente inospitale. Non offre appigli facili, né melodie consolatorie. È un’esperienza più che un ascolto, un dispositivo che lavora per accumulo di tensione e logoramento. Non è un disco che si ama immediatamente: è uno di quelli che ti consuma lentamente, lasciandoti addosso una sensazione difficile da archiviare.
In un panorama in cui il “rumore” rischia spesso di diventare estetica vuota, i Family Men dimostrano che può ancora essere un linguaggio: brutale, incoerente, ma profondamente necessario. (Andrea Rossi)