PHILLIP GOLUB "Partisan ship"
(2026 )
Se il jazz d’avanguardia degli ultimi anni ha spesso cercato nuove rotte per sfuggire alle secche del già sentito, il pianista e compositore di Brooklyn Phillip Golub ha appena varato una corazzata capace di viaggiare in dimensioni parallele.
S’intitola ''Partisan Ship'', è uscito per Berthold Records ed è, senza mezzi termini, uno dei manifesti sonori più radicali, ambiziosi e folgoranti di questa fine decennio.
Abbandonate le atmosfere acustiche e intime dei suoi lavori precedenti, Golub firma qui un'opera-mondo basata su una partitura monumentale di 157 pagine.
Il disco si sviluppa attorno a un concept narrativo quasi fantascientifico: il viaggio di un gruppo di "partigiani" verso una micronazione utopica. Ma la vera rivoluzione non è politica, è geometrica.
Golub scardina il sistema temperato occidentale a favore del massimalismo microtonale, esplorando gli spazi millimetrici nascosti tra le note tradizionali.
Il motore immobile (ma perennemente in movimento) di questa traversata è il Flexichord, una tastiera MIDI microtonale progettata dallo stesso Golub, in cui l'accordatura cambia dinamicamente da un brano all'altro.
Non si tratta di un mero sfizio accademico o di un virtuosismo da ingegneri del MIT: nelle mani del leader diventa un generatore di possibilità armoniche ed emotive totalmente inedite.
Per dare vita a questa architettura complessa, Golub ha assemblato un ensemble stellare della New York creativa, registrando le parti a distanza e ricucendole insieme con una sapienza che ricorda il montaggio rivoluzionario di Teo Macero per ''l'In a Silent Way di Miles Davis''.
Tra i protagonisti spiccano Amir ElSaffar alla tromba, maestro nel piegare le note secondo i quarti di tono della tradizione araba, Anna Webber e Yuma Uesaka, i cui legni e sassofoni fluttuano tra melodie sghembe e slanci viscerali.
La violinista Layale Chaker è poi capace di dare un calore quasi ancestrale alle dissonanze più spinte, mentre la sezione ritmica ed elettronica guidata da Sam Minaie, Jon Starks ed Elias Stemeseder stende tappeti di pattern poliritmici e synth modulari (come il Behringer Neutron).
L'album si apre con la folle imprevedibilità di "Loyalty Oath", una traccia che si muove come un carnevale impazzito, a metà strada tra il jazz-rock più spinto e un'allucinazione klezmer. Qui le micro-accordature creano un senso di vertigine immediato: l'orecchio cerca un punto di ancoraggio che Golub si rifiuta sistematicamente di concedere, travolgendo l'ascoltatore con ritmi tentacolari.
La title track "Partisan Ship" mette in mostra un dialogo serrato tra i fiati che scambiano battute microtonali, trasportando la spinta del jazz tradizionale dentro un paesaggio alieno. Momenti di pura tensione ipercinetica (come il rush di "Cries of the Initiated") si alternano a oasi di sospensione: in "Interlude (Adrift)" e "Blue-Orange Reflections", la musica sembra galleggiare nel vuoto, evocando le suggestioni "Fourth World" di Jon Hassell, dove l'elettronica astratta sposa una ritualità quasi tribale.
Il culmine emotivo arriva con "Utopian Micronation", dove la tromba lirica di ElSaffar vola sopra il flauto della Webber, mentre l'ensemble si compatta in una sorta di "big band del futuro", prima di collassare nel caotico e liberatorio finale di "Afterword: Partisan Session".
''Partisan Ship'' è un disco respingente e magnetico allo stesso tempo. È musica cerebrale, complessa, nata da un controllo matematico della partitura, che riesce però nell'impresa miracolosa di suonare carnale, urgente e traboccante di energia improvvisativa.
Phillip Golub ha dimostrato che la microtonalità non serve solo a creare "straniamenti", ma può essere la lingua con cui scrivere gli inni di un'era digitale interconnessa, frammentata e alla perenne ricerca di un'utopia.
Un ascolto totalizzante, questo, non adatto ai deboli di cuore o ai puristi del bop, ma imprescindibile per chiunque voglia capire dove si sta muovendo l'avanguardia oggi. (Andrea Rossi)