THE GENTLEMEN'S AGE "Love rage patience fury"
(2026 )
Dieci anni d’attività e due album in carnet: questo è il bottino mostrato in due lustri dalla band cuneese The Gentlemen’s Age che, con impegno e tenacia, sta pian piano evidenziando, nelle loro formulazioni propositive, un estro apprezzabile che già si era notato nel precedente “9 songs of hope”.
Cosi come sono 9 anche le tracce presenti nel nuovo “Love Rage Patience Fury”, nel quale trovano ampio spazio riflessioni sull’ineluttabile vecchiaia che incombe, ma con la certezza che, ora, la si vive con un’altra ottica ponderativa.
Il minutaggio dei 40 minuti della seconda prova scatta con l’autorevole “Loge”, che mette d’accordo sia i vogliosi di grinta sonora che quelli che amano fantasticare con equilibrate melodie, però basta “Diplopia” a dare la giusta sgasata per farci capire che l’eclettismo del quintetto piemontese è appena iniziato.
Infatti la seguente “Arcane Curse” apparecchia un desco variopinto di rock, grunge e sfumature prog; e dopo la power-ballatona “Shadow”, arriva il ruggito calibrato di “Flexiban” che certifica come le ricette dei brani siano sempre preparate con giusti dosaggi accattivanti.
Invece, “Silent deal” risente dell’influenza dei Pearl Jam e si avverte come il guitar-vocalist Marco Meriggio stra-veda per Eddie Vedder; ma, sia chiaro che, se il tutto è stato assimilato con dovizia intelligente, nulla da obiettare, ok?
La profondità narrativa di “King Arthur” è un vibrante prologo per prepararci all’assalto sussultorio di “Dark Advisor”, dal respiro strambo ed incalzante, mentre con la traccia finale i ragazzi raggiungono il loro “Nirvana”, con un mood di pace liberatoria, serena.
Dimenticando così, anche per pochi minuti, che il tempo che passa dopo gli “anta”, può dar da fare ma, al contempo, aggiunge saggezza e consapevolezza alle nostre scelte di vita. Cari Gentlemen: da giovani ci vediamo bene ma, da “vecchi”, guardiamo lontano, neh! (Max Casali)