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EVANESCENCE  "Sanctuary"
   (2026 )

Ho un amico tra i rocchettari che è pure feticista dei piedi, e appena Amy puccia il suo nell'acqua del magico laghetto di morte nel video di ''Lithium'' va in visibilio.

Personalmente apprezzo di più la fumettara versione videoclip dell'osannato hit ''Everybody's Fool''. Ma sono gusti.

Parliamo del nuovo album. Amy Lee commenta: "Sono tre anni che ci stiamo lavorando, e dopo averlo ascoltato tutto insieme dall'inizio alla fine, quando ormai manca poco alla sua uscita, posso dire di essere veramente orgogliosa di ogni suo secondo''.

''Lavorarci è stato il mio sfogo'' continua, ''per tante cose che avverto come sbagliate e fuori controllo, un luogo dove riaccendere la speranza attraverso il potere della musica e della connessione... meno male che abbiamo già programmato il tour, altrimenti non saprei cosa fare ora! Ne sono completamente ossessionata. Non vedo l'ora che i fan lo ascoltino".

Queste le parole ufficiali. Veniamo al dunque. Ventitré anni dopo il debutto, la domanda più interessante sugli Evanescence non è se siano ancora rilevanti. È se abbiano ancora qualcosa da perdere.

Nel 2003 il mondo era diverso. MTV e il suo carrozzone di sodali decideva ancora il destino delle band, il nu metal dominava le classifiche e milioni di adolescenti scoprivano che si poteva essere malinconici, arrabbiati e melodrammatici contemporaneamente.

In quel contesto arrivò ''Fallen'', un disco che trasformò un gruppo come tanti dell'Arkansas in un fenomeno globale e Amy Lee, meritatamente va detto, nell'icona involontaria di un'intera generazione di ragazzi vestiti di nero.

Ventitré anni dopo, gran parte di quel mondo non esiste più. Ci sono guerre, contraddizioni, nuove tensioni. I giovani sono diventati adulti. Ce ne sono altri da conquistare. Ma bastano le stesse armi?

Le mode sono cambiate, i generi si sono mescolati, il rock è stato dichiarato morto innumerevoli volte e resuscitato altrettante. Gli Evanescence, invece, sono ancora qui, potere dell'industria discografica certamente, o di quel che ne resta, quindi degli algoritmi. Ma anche della tenacia del gruppo, va detto.

E già questo dovrebbe indurre una certa cautela prima di liquidarli come una semplice reliquia dei primi Duemila che cerca di meritarsi la pensione. Non ci sono ammiccamenti alle tendenze del momento, né disperati tentativi di sembrare più giovani, anche se il tempo passato si sente eccome e non prendiamoci in giro.

È una scelta che può apparire conservatrice, ma possiede una sua dignità artistica, a ben vedere, e come tale merita rispetto anche se non tutti la condivideranno.

Gli Evanescence sembrano aver accettato una verità che molte band della loro generazione continuano a rifiutare: il tempo passa e fingere il contrario produce quasi sempre cattiva musica, e comunque confonde le acque e non porta un centesimo in più in cassa.

Furbata? Opportunismo? Oppure consapevole scelta estetica? Ai posteri l'ardua sentenza. Intanto cominciamo ad ascoltarcelo questo nuovo disco, che appare più asciutto anche se le sonorità e le tessiture sono quelle di sempre, un marchio di fabbrica che accontenta e regge le canzoni.

Lo fa? Spesso la risposta è sì. Non sempre, ovvio. Ma qua e là il mestiere si sente eccome. Il problema arriva quando si passa dalla scrittura alla produzione. Ecco però, in sintesi, una band che sa ancora costruire tensione. E poi al timone c'è sempre lei, Amy Lee. Che quasi canta meglio di quanto cantasse nel periodo del successo planetario.

La voce ha acquisito controllo, sfumature, precisione. Non possiede più soltanto l'urgenza emotiva degli esordi; possiede anche la tecnica per sostenerla. E dal vivo si sente. Se i brani non raggiungono quasi mai le vette memorabili di ''Bring Me to Life'', ''Going Under'' o ''My Immortal'', l'interpretazione continua a trasmettere una sincerità che molte produzioni contemporanee si sognano.

Il vero limite dell'album è forse proprio la sua maturità. Le canzoni funzionano, gli arrangiamenti sono solidi, l'esecuzione è impeccabile. Ma manca quella scintilla di incoscienza che spesso separa un buon disco da un disco destinato a restare nella memoria collettiva.

Nessun brano sembra possedere l'energia destabilizzante di una futura hit generazionale. Nessuna traccia dà l'impressione di poter cambiare il corso della carriera della band. Ma non chiediamo troppo, in questi tempi è già molto essere fedeli a sé stessi.

Ventitré anni dopo ''Fallen'', gli Evanescence non stanno cercando di conquistare il mondo. Stanno semplicemente dimostrando di essere sopravvissuti. E, considerata la quantità di gruppi della loro epoca ridotti a imitare una versione sempre più sbiadita di sé stessi, non è affatto poco.

Voto 7. (Lorenzo Morandotti)