BLOODSTAINED HALO "What remains of me"
(2026 )
Con ''What Remains of Me'', i finlandesi Bloodstained Halo confezionano un disco che sembra nascere dalle ceneri di più anime del metal moderno: il groove e l’immediatezza del nu-metal, la brutalità chirurgica del death metal e l’emotività tagliente del metalcore.
Il risultato è un album che non si limita a sommare influenze, ma le fonde in una miscela sorprendentemente coesa e personale. Fin dall’apertura di "Death" e di "Save me", la band mette in chiaro la propria identità: riff granitici e ribassati, costruiti su palm mute serrati, si alternano a sezioni più atmosferiche, dove chitarre riverberate e synth appena accennati creano una tensione quasi cinematografica.
È un equilibrio delicato, ma i Bloodstained Halo lo gestiscono con sicurezza, evitando sia l’eccesso di tecnica fine a sé stessa sia la banalità di soluzioni già sentite. Il comparto vocale è uno degli elementi più distintivi del disco. Le growl profonde e cavernose, chiaramente debitrici al death metal scandinavo, convivono con scream tipicamente metalcore e con rari, ma efficaci, inserti melodici puliti.
Questi ultimi non sono mai zuccherosi o forzati: arrivano nei momenti giusti, spesso nei ritornelli, donando respiro a brani altrimenti densissimi. È proprio questa alternanza a dare all’album una forte carica emotiva, rendendolo più accessibile senza sacrificarne la pesantezza.
Dal punto di vista compositivo, ''What Remains of Me'' evita la trappola della linearità. Le strutture dei brani sono dinamiche, ricche di cambi di tempo e variazioni di atmosfera. Si passa da breakdown schiaccianti – figli diretti del metalcore – a accelerazioni furiose che strizzano l’occhio al death metal più moderno.
In mezzo, si inseriscono groove quasi hip-hop-oriented, eredità del nu-metal anni 2000, che aggiungono un’ulteriore dimensione ritmica e rendono certi pezzi immediatamente riconoscibili. I testi, coerenti con il titolo dell’album, ruotano attorno a temi di perdita, identità e sopravvivenza psicologica.
Non c’è retorica eroica né nichilismo sterile: i Bloodstained Halo sembrano piuttosto interessati a esplorare le cicatrici interiori, quel “resto” che rimane dopo un trauma. Questo approccio dona autenticità al disco e rafforza il legame tra musica e contenuto lirico.
La produzione è moderna, pulita ma non sterile. Le chitarre hanno un suono spesso e definito, il basso – spesso trascurato in lavori simili – trova spazio nel mix, mentre la batteria alterna precisione quasi meccanica a passaggi più organici.
Il tutto contribuisce a creare un suono potente, adatto sia all’ascolto in cuffia sia a contesti live, dove molte di queste tracce sono destinate a sprigionare la loro massima energia.
Se proprio si volesse trovare un limite nella proposta, potrebbe forse essere nella forte aderenza a certi stilemi del genere: in alcuni momenti si intravedono chiaramente le influenze di band più affermate, e non tutte le idee risultano completamente nuove. Tuttavia, i Bloodstained Halo compensano con una notevole capacità di sintesi e una personalità che, pur in costruzione, appare già ben delineata.
In definitiva, ''What Remains of Me'' è un disco molto solido, intenso e convincente, che dimostra come la contaminazione tra metalcore, death metal e nu-metal possa ancora generare qualcosa di fresco. Non reinventa il genere, ma lo rinnova con energia e sincerità.
E, soprattutto, lascia intravedere un potenziale notevole: se questo è ciò che “rimane” oggi dei Bloodstained Halo, il loro futuro potrebbe essere decisamente più luminoso – e devastante – di quanto ci si possa aspettare. (Andrea Rossi)