PINK FLOYD "8-tracks"
(2026 )
''Essere John Malkovich (Being John Malkovich)'' si intitolava un geniale film di qualche tempo fa, 27 per la precisione. Dove grazie a un magico pertugio ci si infilava davvero, con conseguente effetto straniante e comico, nella testa dell'attore.
Ecco, la sensazione è la stessa, entrare nella zucca di un geniale epigono dei Pink Floyd (nonché ormai riconosciuto artigiano del suono) che riesuma vecchie mummie e dà loro nuova vita, e ascoltare la sua playlist personale del meglio del meglio del meglio della band come gli gira nel cerebro (o nel telefono o nel cockpit della macchina).
Un'operazione a più strati assolutamente non disprezzabile e non solo uno sfruttamento commerciale da parte di Sony (che deve pur rientrare della spesa impiegata per accaparrarsi i diritti delle musiche dei nostri), visto il dispiego di tecnologie oggi a disposizione.
Tutt'altra storia quando nel 1981 uscì, dopo la sbornia di ''The wall'' e del relativo film di Alan Parker (il peggiore della sua carriera per sua stessa ammissione, e ci credo visto l'egocentrismo di Waters), l'antologia pure zeppa di remix ''A collection of great dance songs'', con la famosa copertina made in studio Hipgnosis con i due ballerini incapaci di gesti perché ancorati a terra da ingombranti catene, fatta apposta per attirare i gonzi 15enni come me, ipnotizzati appunto dalla sirena floydiana da molto tempo, e in quella fase dell'adolescenza piena di acne e pruriti non solo epidermici, attratti dal successo riscontrato dal brano ''Another Brick in the Wall'' come pezzo (appunto) ballabile e remixato all'infinito nelle discoteche.
Accadeva anche questo, allora. Ballare fino a sfinirsi al ritmo delle invettive di Waters contro la cattiva scuola. E poi ci lamentiamo di Katy Perry e della sua ''Chained to the Rhythm''. Mah.
Non avendo una lira in tasca, confesso che passai una settimana a cercare ovunque nelle radio in FM sperando di sentire qualche nuova hit dei Floyd. Invano, perché l'unica novità di quella antologia orchestrata dalla Emi in Europa e dalla Sony Columbia nel resto del mondo era la versione di ''Money'' (correva voce che fosse la versione poi usata per chi viaggiava in aereo, boh) risuonata in toto dal solo Gilmour che, con la modestia sorniona che lo contraddistingue, qui si conferma polistrumentista sommo oltre che il miglior chitarrista del pianeta.
In questa compilation personale la sequenza dei brani è stata rielaborata da Steven Wilson utilizzando effetti sonori tratti dai multitraccia originali. Cioè? Wilson non si è limitato a rimasterizzare i brani, ma ha avuto accesso alle registrazioni originali separate (i multitraccia) e ha usato materiale presente su quelle tracce per creare una nuova continuità tra le canzoni.
I multitraccia originali sono le registrazioni individuali di ogni elemento: voce, chitarra, basso, batteria, tastiere, effetti, rumori ambientali, ecc. Prima che una canzone venga pubblicata, tutte queste tracce vengono mixate insieme. Quando si dice che Wilson ha utilizzato «effetti sonori tratti dai multitraccia originali», significa che ha potuto recuperare elementi che nel mix finale erano appena percettibili o addirittura assenti. Così le giunzioni tra i brani sono state ricostruite usando materiale autentico proveniente dalle registrazioni originali, anziché semplicemente tagliare e incollare il mix stereo pubblicato.
Wilson ha spiegato più volte che, quando lavora a un remix, il suo primo compito è fare un lavoro quasi da archeologo del suono: studiare i nastri multitraccia originali per individuare ogni effetto, dissolvenza, riverbero, muting e transizione presenti nel mix storico. In un'intervista a Sound On Sound descrive questo processo come un vero lavoro investigativo ("detective work"), necessario per capire come erano stati costruiti i collegamenti tra le varie sezioni dell'album.
In un'altra intervista, relativa al remix di ''Songs From The Big Chair'' dei Tears for Fears, Wilson spiega che, partendo dai multitraccia originali, ha dovuto ricreare da zero bilanciamenti, riverberi, delay ed effetti per ottenere un risultato fedele all'originale. Wilson lo ha spiegato personalmente: «Mi è stato chiesto di sequenziare l'album nello stile classico dei Floyd come un'esperienza di ascolto continua; per farlo ho avuto accesso ai multitraccia originali e ho estratto alcuni effetti sonori per creare dissolvenze incrociate tra i brani».
Quindi, cosa ha fatto concretamente in studio? Le canzoni provengono da album diversi e da anni diversi (1971-1979, quindi niente periodo psichedelico già dragato ampiamente dai tour di Nick Mason e della sua iperbolica band). Passare direttamente da ''Money'' a ''Another Brick in the Wall Part 2'' sarebbe risultato brusco. Wilson ha quindi recuperato effetti presenti nei nastri originali e li ha fatti proseguire oltre la fine del brano per accompagnare l'ingresso del successivo.
Ad esempio il vento psichedelico finale di ''One Of These Days'' viene lasciato sospeso come tappeto sonoro mentre entra l'arpeggio acustico del brano successivo. E in ''Wot's... Uh The Deal'' la coda dell'ultima nota acustica viene estesa e gradualmente si inserisce il celebre loop di registratori di cassa di ''Money''.
Giocavo molto con il Lego da bambino, come molti della mia generazione, e il piacere che deve provare Wilson (oltre al timore reverenziale di maneggiare cotanti materiali) lo capisco. Capisco meno il senso generale dal punto di vista filologico.
E perché, dannazione, con tutti i milioni che hanno, i Floyd non abbiano trovato la quadra nemmeno per dare in mano tutta la loro roba, quando ne avevano il tempo ossia diciamo una decina di anni fa, a un unico team magari sfruttando finché possibile le possibilità del multicanale e della conversione in formato DSD (quello dei SACD) invece di saltellare tra personalità remixanti pure autorevoli ma diverse come Wilson e David Guthrie, autore del remix di ''Animals'' che, per quanto tentatore e a suo modo definitivo, continuo a snobbare andandomi a preferire la versione originale.
Piena di polvere e ditate, magari anche di opacità, senza dubbio. Ma la Gerusalemme liberata del Tasso, peraltro sfida suprema per chi voglia tentarne una pressoché impossibile edizione critica, ci insegnano che è migliore della Gerusalemme conquistata. O no?
C'è poi il caso a suo modo singolare di ''Pigs On The Wing''. Qui il lavoro è ancora più interessante. Nel 1977, per la versione su cartuccia 8-track di ''Animals'', le due parti di ''Pigs On The Wing'' furono unite tramite un assolo di chitarra, non certo imperdibile se paragonato a ciò che ha fatto nello stesso album il titolare (in quegli anni, e ci metto anche la preparazione di ''The Wall'', Gilmour ha dato il meglio), di Snowy White, ossia l'alter ego di Gilmour, nelle loro estenuanti tournée dal vivo.
Per ''8-Tracks'' Wilson ha recuperato il master originale conservato negli archivi della band e lo ha reinserito nella sequenza come elemento di collegamento. Insomma, il lavoro di Wilson è stato più vicino a quello di un montatore cinematografico del suono che a quello di un remixatore tradizionale, e ha organizzato gli otto brani come un'unica esperienza continua.
In pratica ha cercato di far sembrare che canzoni provenienti da ''Meddle'', ''Obscured by Clouds'', ''The Dark Side of the Moon'', ''Wish You Were Here'', ''Animals'' e ''The Wall'' fossero state concepite per stare nello stesso album. Come un tour in auto coast to coast per sballatoni anni '60 o figli o nipoti degli stessi sballatoni nel frattempo passati a miglior vita.
Niente di imperdibile, ovvio. Ma un bignami così, signori, avercene in questi tempi grami. Beato chi le ascolta per la prima volta. Voto 9. (Lorenzo Morandotti)