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IT WAS HER IDEA  "Daughter of war"
   (2026 )

Ahahah, un nome così furbo per un gruppo non l'avevo mai visto. It Was Her Idea, “L'idea era sua”, prelude a una musica così inaspettata da cui prendere le distanze, da costringere l'autore ad alzare le mani e incolpare qualcun altro.

In effetti, ascoltando il debutto di questo quartetto, si resta allibiti. Va detto che l'esordio è quello degli It Was Her Idea come complesso, ma non dei singoli musicisti, già esperti di lunga data.

Dietro c'è un batterista che abbiamo imparato a conoscere in queste pagine, Paal Nilssen-Love. All'interno del suo progetto PNL Circus, con lui collabora la vocalist Juliana Venter. I due hanno deciso di approfondire la loro simbiosi, ed ecco nascere questo gruppo che incolpa la mugliera.

Un tema misterioso (che indugia su armonie di diminuita) per pianoforte e contrabbasso apre “Three Free Wheels”. La voce inizia a farsi sentire timidamente, ma ben presto capiremo che la timidezza non fa parte di Venter. La cantante inizia a sfidare l'ascoltatore con versi acuti e gridolini.

Più andiamo avanti, più capiamo l'antifona: quello sarà il nocciolo pronto ad esplodere. Sì, detta così suona male... ma loro suonano bene! È solo che sono iper-sperimentali e senza compromessi; la formula continua anche in “Tickle Tickle”.

Del resto, cercando informazioni, si scopre che le ispirazioni per Julia Venter sono Iannis Xenakis e il poeta sudafricano dadaista Wopko Jensma. Questo spiega molte cose. Non a caso, raccontando un suo disco precedente, il nostro direttore Andrea Rossi ricorda che Juliana Venter viene definita “Regina dell'Avanguardia” (http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=11887).

Si cambia atmosfera con “Fable Number One”, dove pianoforte e contrabbasso si trovano a suonare in maniera più delicata, galleggiando sopra... dell'acqua, che probabilmente sono legnetti suonati da Nilssen-Love al posto della batteria normale in quel momento. E qui Juliana Venter ci concede di ascoltare la sua voce normale, dispiegandosi su una melodia obliqua.

L'album di cui stiamo parlando si chiama “Daughter of War”, e la titletrack è un altro brano meditativo. Il contrabbassista, Ole Morten Vågan, imbraccia l'archetto, rendendo legato il brano, mentre Nilssen-Love si ferma, colpendo solo ogni tanto i piatti con delicatezza (tranne in un momento dove proprio li striscia di lato, per ottenere un sinistro sibilo).

Ma in questo caso, chiaramente la voce e le parole finiscono al centro dell'attenzione. Tutte le stranezze d'esecuzione sembrano essere legate al testo. Tra l'altro, il brano sembra costruito in durchkomponiert, cioè seguendo un flusso che cambia sempre, seguendo il pensiero e senza creare ritornelli.

E se nei primi due brani, gli acuti gridolini potevano suscitare ilarità (o fastidio se è una brutta giornata), nella titletrack invece non c'è niente da ridere: quelle urla lontane, tanto straziate quanto emesse a bassa voce, sembrano grida strozzate che vorrebbero ma non possono uscire, e rendono più di qualunque parola razionale. Qui siamo fuori dal “jazz” anche più sperimentale: “Daughter of War” è un'impressionante composizione di art music.

“Three Grooves for Freya” spezza il dramma con un tema staccato di pianoforte, inseguito da un marziale tamburo, mentre il breve “Bæ bæ Lille Lakselus” si rivela un minuto e venti schizofrenico e imprevedibile.

Il titolo “Cough Song” è quello che pensi. Le urla modulate di Venter alternano disperazione, rabbia, ribellione e... orgasmo. Pura espressione teatrale senza compromessi, inseguita inizialmente dalla sola batteria, e poi da cluster di pianoforte e un glissato ascendente continuo del contrabbasso.

Potrei trovare significati freudiani in questa salita del contrabbasso, ma non la scriverò. Dopo una pausa vocale, Julia Venter scoppia a ridere in maniera molesta, fino ai colpi di tosse inseguiti dal pianoforte.

La tosse casuale e esagerata, dopo un po' diventa una tosse ritmica, inseguita da Paal Nilssen-Love dalla batteria. La performance è selvaggia e istintiva. “Little Cage” termina l'album in maniera febbrile, in assenza di ritmo, con gli acuti cantati prolungati e gli accordi sospesi del pianista Oscar Grönberg.

Questo disco parte dal jazz, ma finisce nell'avanguardia più pura. Non di facile ingresso, ma una volta dentro, neppure di facile uscita! (Gilberto Ongaro)