ILIA IASHIN & IANA BATINA "Lost in transcription - Sonatas and songs in transformation"
(2026 )
C’è un momento, nell’ascolto di un buon disco di trascrizioni, in cui smetti di chiederti “quanto sia fedele” all’originale e cominci a percepire la musica come se fosse sempre appartenuta a quella nuova voce.
''Lost in transcription - Sonatas and songs in transformation'' abita proprio quel territorio: un luogo in cui il violoncello non si limita a “sostituire” violino o voce, ma rifraziona la materia originaria come attraverso una lente che ne altera il baricentro timbrico senza deformarne la fisionomia.
Il progetto di Ilia Iashin (violoncello) e Iana Batina (pianoforte) si muove lungo un asse affascinante: Ravel, Grieg e Gershwin, tre mondi linguistici apparentemente distanti ma uniti da una comune sensibilità per l’invenzione melodica e per il colore.
In questo disco, tali qualità vengono rilette nella gamma profonda e duttile del violoncello, uno strumento che, per natura, vive al confine tra canto e materia.
Ravel è forse il banco di prova più sottile. L’equilibrio tra linea e timbro, tra chiarezza e sfumato, è delicatissimo: trasportare al violoncello pagine nate per violino significa inevitabilmente scurire la tavolozza, ma Iashin non cade nella tentazione di “ispessire” il discorso.
Al contrario, lavora per sottrazione, facendo emergere una trasparenza interna che ricorda certi impasti cameristici del Ravel più intimo. Il vibrato è controllato, spesso rarefatto; l’arco disegna frasi che sembrano respirare con una naturalezza quasi vocale, ma senza indulgere in manierismi.
In Grieg, il cambio di prospettiva timbrica produce un effetto diverso, più terreno e narrativo. La cantabilità nordica, già intrisa di nostalgia, acquista nel registro del violoncello una qualità più raccolta, quasi domestica.
Qui la “trasformazione” diventa anche un mutamento di distanza emotiva: ciò che nel violino può apparire luminosa malinconia, nel violoncello si fa memoria, eco. Batina accompagna con un pianismo finemente cesellato, evitando qualsiasi pesantezza romantica, e mantenendo una tensione narrativa che sostiene il discorso senza sovrastarlo.
È però in Gershwin che il progetto rivela la sua intuizione più audace. Trasporre pagine vocal-jazz in un contesto cameristico europeo può risultare insidioso. Eppure Iashin trova una via convincente: non imita la voce, né cerca di “jazzizzare” artificiosamente il suono, ma lascia che il violoncello assorba la flessibilità ritmica e la grana emotiva di quella scrittura.
Il fraseggio si fa elastico, le inflessioni si insinuano senza ostentazione, e il risultato è una sorta di “blues interiore” che conserva la struttura originale trasformandone il peso specifico. Il dialogo tra violoncello e pianoforte è uno dei punti di forza del disco. Batina non si limita a sostenere: partecipa attivamente alla trascrizione, ridefinendo spazi, equilibri, prospettive.
Il pianoforte, spesso, è il luogo in cui la memoria dell’originale resta più evidente; proprio per questo, la sua interazione con il violoncello diventa una continua negoziazione tra identità e metamorfosi.
Nel complesso, ''Lost in transcription - Sonatas and songs in transformation'' evita il rischio — sempre presente in operazioni di questo tipo — di apparire come una semplice raccolta di “curiosità”. C’è una chiara idea estetica: la trascrizione come atto interpretativo pieno, non subordinato all’originale ma capace di aprire nuove profondità di ascolto.
La lente evocata dal progetto non distorce: concentra, riflette, a volte ingrandisce dettagli che, in altre versioni, restano sullo sfondo. Questo è un disco che non chiede di essere giudicato per somiglianza, ma per risonanza.
E in questa risonanza, il violoncello di Iashin — caldo ma mai opaco, espressivo ma rigoroso — trova un equilibrio raro, sostenuto da un pianoforte che sa essere al tempo stesso struttura e respiro. Un ascolto che, più che “trascrivere”, sembra tradurre — e, come ogni buona traduzione, aggiunge senza tradire. (Andrea Rossi)