FIESTA ALBA "Drops of sunshine in the city of spectres"
(2026 )
Il secondo EP dei misteriosi Fiesta Alba, terza uscita complessiva dopo ''Pyrotechnic Babel'', arriva come una deviazione improvvisa in un paesaggio già di per sé instabile.
A distanza di appena un anno, la band romana sceglie di non consolidare, ma di sabotare ulteriormente la propria identità, producendo un lavoro che sembra rifiutare qualsiasi comfort stilistico: ''Drops of Sunshine in the City of Spectres'' è un organismo vivo, capriccioso, cangiante.
Se ''Pyrotechnic Babel'' funzionava come una costruzione labirintica, stratificata fino all’implosione, qui i Fiesta Alba sembrano preferire la dispersione controllata.
Il disco si apre con trame di math rock oblique, spezzate, dove le chitarre non “guidano” ma punteggiano lo spazio con interferenze rigorose e nervose. Tuttavia, è solo una falsa pista: presto emergono sequenze elettroniche che pulsano sotto pelle, più atmosferiche che invasive, a tratti quasi ambient, ma continuamente destabilizzate da metriche irregolari.
Il vero punto di svolta dell’EP è l’integrazione delle poliritmie africane, usate non come semplice decorazione esotica ma come architettura portante. I pattern percussivi, spesso ciclici e ipnotici, diventano il terreno su cui si scontrano e si incontrano gli altri linguaggi: il progressive più cerebrale, il rock sperimentale più abrasivo e un’elettronica che oscilla tra glitch e rarefazione.
Non è un incontro pacifico: è tensione continua, attrito creativo. Il risultato è un suono ambiguo, quasi “anfibio”: naturale e sintetico convivono senza fondersi del tutto. In alcuni momenti sembra di ascoltare una jam rituale destrutturata da algoritmi, in altri una composizione elettronica sabotata da un gruppo di strumentisti indisciplinati. Questo dualismo è il cuore del disco.
Un altro elemento interessante è la gestione dello spazio: rispetto al lavoro precedente, qui i Fiesta Alba usano molto di più il silenzio e la sottrazione. Le pause non sono mai vuoti, ma fenditure, zone di sospensione che aumentano l’impatto dei rientri. Quando la band esplode, lo fa in modo controllato ma non prevedibile, spesso evitando qualsiasi catarsi tradizionale.
Dal punto di vista emotivo, ''Drops of Sunshine in the City of Spectres'' è un ossimoro riuscito: il titolo suggerisce una luce che filtra in un ambiente spettrale, e infatti l’EP alterna frammenti quasi luminosi – melodie appena accennate, armonie sospese – a sezioni più cupe e frammentate, dove prevale un senso di spaesamento. Non c’è mai una vera “risoluzione”: il disco sembra piuttosto orbitare attorno a un centro assente.
La natura “misteriosa” della band si riflette anche nella musica: poche concessioni all’immediatezza, nessuna voglia di esplicitare un messaggio univoco. Piuttosto, l’ascoltatore viene costretto a navigare tra livelli multipli, come in una città piena di corridoi nascosti e riflessi ingannevoli.
In definitiva, questo EP non è un semplice seguito di ''Pyrotechnic Babel'', ma una sua distorsione laterale. I Fiesta Alba dimostrano di non voler appartenere a un genere, ma di utilizzare il math rock, l’elettronica, il progressive e le poliritmie come materiali malleabili, da piegare e stressare fino a generare qualcosa di instabile e affascinante.
''Drops of Sunshine in the City of Spectres'' è un lavoro esigente, a tratti ostico, ma anche capace di rivelare dettagli sempre nuovi a ogni ascolto. Non offre appigli facili — e proprio per questo, nel panorama contemporaneo, risulta sorprendentemente vitale. (Andrea Rossi)