BBCC "King Michael II and the trial of the axe"
(2026 )
Con ''King Michael II and the Trial of the Axe'', i BBCC mettono in scena una metamorfosi tanto radicale quanto coerente: il passaggio dall’art‑pop obliquo dei tempi Crocodiles INC. a una nuova grammatica che mescola indie rock tagliente e riverberi post‑glam.
Il risultato è un disco che suona come una deposizione teatrale sotto luci stroboscopiche: narrativo, nervoso, a tratti volutamente eccessivo. Il titolo suggerisce un impianto quasi operistico, e in effetti il disco si muove lungo una trama implicita: il “re” Michael II è figura ambigua, sospesa tra caricatura monarchica e specchio dell’artista contemporaneo.
Il “processo dell’ascia” non è un evento lineare, ma una successione di atti sonori che oscillano tra confessione, accusa e spettacolo. I BBCC giocano con il linguaggio giuridico e simbolico, trasformandolo in un pretesto per parlare di identità e giudizio pubblico.
Chi li seguiva agli esordi riconoscerà ancora qualche gusto per le architetture sonore stratificate, ma qui tutto è più diretto, quasi abrasivo. Le chitarre dominano, spesso sporche e nervose, mentre la sezione ritmica spinge con un’urgenza che abbandona le astrazioni per un corpo più fisico.
Non è un semplice cambio di genere: è una scelta estetica che privilegia l’impatto emotivo alla rifinitura. I brani esplodono in riff circolari e cori storti, mentre episodi più lenti mostrano la persistenza di una sensibilità art‑pop, seppur filtrata attraverso un velo di disincanto.
È nel riferimento al post‑glam che il disco trova la sua cifra più distintiva. Non si tratta di semplice citazionismo: i BBCC reinterpretano l’eredità glam (atteggiamento, teatralità, ambiguità identitaria) in chiave contemporanea, più cinica e frammentata.
Le linee vocali spesso indulgono in un falsetto volutamente instabile, mentre gli arrangiamenti introducono synth scintillanti che contrastano con la crudezza delle chitarre. In alcune tracce il gruppo sfiora un kitsch calcolato, con cori quasi da cabaret decadente.
Questo gioco tra serio e grottesco è uno dei punti di forza dell’album: i BBCC non temono di esagerare, e proprio nell’eccesso trovano autenticità. La produzione è, inoltre, volutamente imperfetta: suoni saturi, dinamiche schiacciate, una sensazione costante di instabilità.
È una scelta che può dividere, ma che restituisce coerenza al progetto. Il disco sembra vivere in bilico tra palco e sala prove, come se ogni traccia fosse una registrazione intrappolata a metà tra performance e breakdown.
Interessante anche l’uso dello spazio stereo: gli strumenti spesso si rincorrono, si sovrappongono, creando un senso di caos controllato che riflette il tema del “processo” in atto. I testi poi oscillano tra inglese e suggestioni francofone, mantenendo una certa opacità. Più che raccontare, evocano: immagini di tribunali immaginari, corone incrinate, gesti di ribellione simbolica.
Il sarcasmo è sempre dietro l’angolo, ma non sfocia mai nella parodia pura; resta un’arma sottile, usata per destabilizzare. ''King Michael II and the Trial of the Axe'' è probabilmente un disco di transizione per i BBCC, ma non per questo appare incompleto. Al contrario, è proprio nella sua natura irrequieta che trova una forza particolare.
La band sembra dichiarare apertamente di non voler più essere definita da una sola etichetta. Se l’art‑pop del passato li aveva resi raffinati, questo nuovo corso li rende vitali. E se l’indie rock rappresenta il corpo, il post‑glam è l’anima teatrale che impedisce al disco di diventare semplicemente “un altro album di chitarre”.
I BBCC firmano un lavoro ambizioso e imperfetto, ma profondamente vivo. Non tutto funziona allo stesso modo — alcune scelte produttive possono risultare eccessive, e certi passaggi narrativi restano volutamente criptici — ma è proprio in queste frizioni che il disco trova identità.
Un album che non chiede di essere compreso subito, ma vissuto come un’esperienza: un processo musicale in cui, visto che si parla di un processo, l’ascoltatore è al tempo stesso giudice e imputato. (Andrea Rossi)