recensioni dischi
   torna all'elenco


PAAL NILSSEN-LOVE CIRCUS + THE EX GUITARS  "Calls!"
   (2026 )

La realtà musicale che il batterista Paal Nilssen-Love ha creato attorno a sé è modulare. Esistono i Large Unit, collettivo free jazz di undici musicisti (raccontato ad esempio qui http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=5784), che in un'occasione sono saliti a ventisette elementi, diventando Extra Large Unit (http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=6169); in un'altra occasione, il collettivo si è fuso con gli etiopi Fendika, come raccontato dal nostro Alessio Montagna (http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=7538).

Dalla Large Unit, Nilssen-Love estrae a piacimento alcuni musicisti, per creare piccoli spin-off che poi vivono di vita propria. A volte su richiesta, come nel caso delle Small Units raccontate da Piergiuseppe Lippolis (http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=12668), per il Molde Jazz Festival.

A volte invece, il batterista norvegese decide di approfondire l'incontro con uno dei musicisti. È questo il caso della carismatica cantante sudafricana Julia Venter, con la quale ha da poco realizzato un quartetto chiamato It Was Her Idea (http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=12681).

Il suo “circo” (letteralmente il Paal Nilssen-Love Circus) stavolta si fonde con tre elementi di un'altra realtà: i tre chitarristi degli Ex, storica punk band olandese. Quindi, accanto a Paal Nilssen-Love e Julia Venter, compaiono Terrie Hessels, Andy Moor e Arnold De Boer, che come nella band, porta qui il suo megafono.

Dai Large Unit arrivano Thomas Johnasson alla tromba, Signe Emmeluth a sax contralto e flauto, e Kalle Moberg alla fisarmonica. Aggiungiamo che al basso c'è Christian Meaas Svendsen, altro musicista che nel suo percorso personale non ha mai avuto paura di essere ostico e ostile, e il quadro è completo!

Con tutte queste premesse, non vi stupirà che l'album “Calls!” sia densissimo di energia coinvolgente, e allo stesso tempo di sperimentazione senza compromessi. “Eg Såg” si apre con rullate di tamburi, flauto e fisarmonica che contribuiscono a rendere un'atmosfera da rituale, resa surreale dalle parole pronunciate freddamente da Venter.

“Pussy Pussy Cha-Cha” è ancora più straniante, caratterizzata da un pattern ritmico ossessivo di batteria, fiati, basso e chitarra che suonano compatti, mentre Julia Venter parla, ride e geme sopra la musica, sfidando un maschio tossico: “Oh you come and fuck me, oh you come and beat me, oh you come and eat me (…) you're gonna lose your mind”.

“Calls Let They Free!” è aperta da percussioni di ferro che scandiscono un ritmo dritto e ballabile. Tromba e sax eseguono un riff da rock, poi arrivano le chitarre elettriche a fare da controcanto. L'arrivo di Venter come al solito accentra l'attenzione, urlando “Defend your freedom of speech, defend your human rights” e tanti altri strali. Verso la fine, la batteria accelera fino al caos.

“Seven Times” è un jazz indiavolato: credo che la batteria stia suonando a 250 BPM. Ci sono due cover che fanno capire chiaramente le intenzioni di questa formazione. “Nazaré” è un brano di Mestre Baranchiña, mentore del maracatu rurale, musica tipica della prefettura brasiliana di Nazaré da Mata, dove gli elementi principali sono trombe e (tante) percussioni, a cui segue il carnevale.

L'altro è “I should be so lucky”, che non è quella di Kylie Minogue bensì quella degli Stretchheads, band punk noise inglese molto hardcore, qui arricchita dai rumorosi assoli dei fiati.

Accanto a “Pussy Pussy Cha-Cha”, “Slainté” è l'altro pezzo da novanta dell'album, tra basso e fisarmonica anarchici e Julia Venter che verso la fine si ritrova a parlare nel silenzio, recitando con veemenza le indicazioni ai musicisti (“Drums start! Drum faster”), ma nessuno la segue. L'esito è esilarante e teatrale.

Infine, la melodia di “Song for Joe” suona come un inno solenne, una dedica sentita, ma circondata come sempre dal free jazz, e conclusa da due minuti di silenzioso field recording, simbolo di un'assenza.

Lo so che in passato abbiamo descritto i lavori di Paal Nilssen-Love come energici ma ostici. Stavolta l'osticità è un po' meno aggressiva (o forse mi sono abituato, boh), ma la formula non ha perso nulla del suo smalto d'acciaio, pur essendo più accessibile. Fate un salto di qua per esaltare le vostre orecchie, e per ricordarsi che si può essere allo stesso tempo colti e popolari, sperimentali e divertenti! (Gilberto Ongaro)