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MICK HARRIS & MARTYN BATES  "Murder ballads (Incest songs)"
   (2026 )

Con ''Incest Songs'', capitolo conclusivo della trilogia ''Murder Ballads'' ora ristampato in doppio vinile dalla Sub Rosa Label, Mick Harris e Martyn Bates chiudono un percorso che ha progressivamente eroso ogni residuo di forma tradizionale per approdare a una dimensione quasi completamente psichica del suono.

Se ''Drift'' e ''Passages'' potevano ancora essere letti come esercizi di sottrazione — voce e strumento singolo immersi in una rarefazione post‑isolazionista — qui il paradigma cambia radicalmente: l’austerità lascia spazio a una densità stratigrafica, una vera e propria architettura labirintica costruita sulle molteplici incarnazioni vocali di Bates.

Il disco non è semplicemente più “pieno”: è più perturbante. L’elemento vocale non viene più percepito come presenza centrale e riconoscibile, ma come materia sonora che si moltiplica, si sovrappone e si deforma. Bates diventa coro, eco, fantasma e narratore simultaneamente.

Le sue linee, spesso sature e sfumate ai contorni, si intersecano in geometrie instabili che sembrano annullare il concetto stesso di prospettiva sonora: non esiste più un davanti e un dietro, ma un continuo ripiegarsi delle voci su sé stesse.

In questo senso, Harris opera un lavoro sotterraneo e decisivo. Dopo l’esperienza con la band Scorn, dove il suono era spesso legato alla materia ritmica e a una certa fisicità industriale, qui il suo intervento si fa quasi invisibile ma capillare.

Non costruisce strutture tradizionali, bensì ambienti: spazi sonori densi, viscosi, in cui le voci si muovono come intrappolate in corridoi senza uscita. I droni, le risonanze e le frequenze basse non accompagnano, ma delimitano. Funzionano come pareti di questo labirinto, definendone le traiettorie emotive.

Il risultato è un disco che rinuncia alla linearità narrativa per abbracciare una forma circolare e ossessiva. Il titolo ''Incest Songs'' non va interpretato in senso letterale quanto come chiave simbolica: suggerisce un continuo ritorno su sé stessi, un’autoreferenzialità che diventa prigione.

Le “ballate” non si sviluppano, ma si avvitano in un movimento introverso, quasi patologico, che riflette una tensione esistenziale più che raccontare storie. Rispetto ai due capitoli precedenti, la trasformazione è evidente anche sul piano emotivo. Dove prima dominava un senso di distanza e contemplazione — un isolamento quasi glaciale — qui subentra una prossimità disturbante.

L’ascoltatore non osserva più da lontano: è immerso, costretto a navigare questo groviglio di voci e risonanze senza punti di riferimento stabili. È un’esperienza più fisica, ma paradossalmente anche più astratta, perché sfugge a qualsiasi appiglio narrativo o melodico tradizionale.

La forza di ''Incest Songs'' sta proprio in questa ambiguità: è un lavoro che amplifica la componente teatrale e drammatica della voce di Bates, ma al tempo stesso la smaterializza fino a renderla irriconoscibile. Le emozioni emergono sotto forma di tensioni timbriche, di attriti tra frequenze, più che attraverso parole o melodie. È musica che si percepisce prima ancora di essere compresa.

Come conclusione della trilogia, il disco appare non solo coerente ma inevitabile. Dopo aver esplorato il vuoto e la sottrazione, Harris e Bates approdano qui a una saturazione controllata, quasi clinica, che rappresenta la sintesi più compiuta del loro linguaggio comune.

Non è un punto d’arrivo rassicurante: è piuttosto un culmine vertiginoso, in cui ogni elemento viene spinto fino al limite della dissoluzione. ''Incest Songs'' è, in definitiva, un lavoro esigente e profondamente inquieto, che richiede un ascolto attento e disponibile alla perdita di orientamento.

Ma proprio in questa sua natura labirintica risiede la sua forza: un disco che non si limita a essere ascoltato, ma si attraversa. E da cui è difficile uscire del tutto indenni. (Andrea Rossi)