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NEBULA  "Urobori"
   (2026 )

Con ''Urobori'', Nebüla – progetto artistico della cantante e sassofonista salentina Azzurra Buccoliero – consegna un EP breve ma densissimo, capace di distinguersi per identità sonora e visione narrativa. Pubblicato da Nos Records, questo lavoro di sei tracce è un disco che non si limita ad attraversare generi, ma li rifrange, li metabolizza e li restituisce sotto forma di un racconto circolare, coerente con il suo stesso titolo.

L’uroboro, simbolo antico del serpente che si morde la coda, è infatti la chiave concettuale dell’intero progetto: la ciclicità come destino, come condanna e come possibilità di rinascita. Nebüla costruisce attorno a questo tema un universo sonoro sospeso e ipnotico, che si muove tra alt-rock, dreampop, shoegaze e suggestioni new wave senza mai risultare derivativo.

Sin dalle prime battute, l’EP si impone per una produzione stratificata e atmosferica. Le chitarre, spesso riverberate e sfocate, creano paesaggi sonori dilatati in cui la voce si inserisce come un elemento ulteriore di texture, più che come semplice veicolo narrativo. È proprio qui che emerge una delle cifre più interessanti del progetto: la voce di Nebüla non domina mai in modo tradizionale, ma si fonde con gli strumenti, diventando parte integrante del flusso sonoro.

L’uso del sax – elemento distintivo dell’artista – è dosato con intelligenza e sensibilità. Lontano da virtuosismi gratuiti, lo strumento appare come un’eco emotiva, una presenza quasi fantasmagorica che amplifica il senso di malinconia e sospensione che attraversa l’intero EP. In alcuni passaggi, il sax sembra dialogare con le chitarre come se fosse un’ulteriore voce interiore, contribuendo alla dimensione introspettiva del lavoro.

Dal punto di vista compositivo, ''Urobori'' funziona come un vero concept album in miniatura. Le tracce non sono episodi isolati, ma frammenti di un ciclo narrativo più ampio, in cui temi musicali ed emotivi ritornano, si trasformano e si dissolvono. Questo senso di ritorno – mai identico, sempre leggermente mutato – rende l’ascolto particolarmente immersivo: si ha l’impressione di attraversare stati d’animo diversi all’interno di un unico respiro.

Le influenze sono riconoscibili ma mai ingombranti. Le atmosfere shoegaze richiamano una certa tradizione anni ’90, mentre le pulsazioni più fredde e minimali rimandano alla new wave e al post-punk più etereo. Tuttavia, Nebüla evita il rischio nostalgico grazie a una scrittura personale, capace di trasformare queste suggestioni in qualcosa di profondamente contemporaneo e intimo.

A livello lirico, il tema della ciclicità si declina in immagini evocative e non lineari. Non c’è una narrazione esplicita, ma piuttosto una costellazione di sensazioni: relazioni che si ripetono, schemi emotivi che ritornano, identità che si dissolvono e si ricompongono. Il risultato è una scrittura che privilegia l’ambiguità e la suggestione, lasciando spazio all’interpretazione dell’ascoltatore.

Uno degli aspetti più riusciti di ''Urobori'' è proprio questa capacità di creare uno spazio liminale: un luogo sonoro in cui passato e presente, luce e ombra, quiete e tensione convivono senza risolversi mai completamente. È un disco che non cerca il climax, ma piuttosto la reiterazione, il ritorno, la lenta sedimentazione.

Nonostante la durata contenuta, l’EP riesce a lasciare un segno marcato. Ogni traccia contribuisce a costruire un’identità precisa, e l’insieme funziona come un organismo unico, coerente con il concetto di ciclicità che lo anima. È un lavoro che richiede ascolti ripetuti per essere colto appieno, e che proprio nel reiterarsi rivela nuove sfumature, proprio come il simbolo che lo ispira.

In definitiva, ''Urobori'' è un disco maturo e consapevole, che dimostra come Nebüla sappia muoversi con naturalezza tra linguaggi diversi, creando qualcosa di personale e riconoscibile. Un EP che non si limita a raccontare la ciclicità, ma la incarna nella sua stessa struttura e nel suo flusso sonoro.

Un piccolo vortice in cui perdersi. E ritrovarsi, ogni volta, leggermente diversi. (Andrea Rossi)