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HOUSE OF SKIN  "House Of Skin"
   (2026 )

C’è qualcosa di profondamente organico e allo stesso tempo alieno nel disco omonimo di House Of Skin, uscito per Jeopardize Records. Non è soltanto un lavoro di sound design: è una materia viva, mutante, che sembra respirare, tendersi, contrarsi sotto le mani di chi l’ha costruita.

L’artista viennese, al secolo Clemens Posch, mette in scena un ibrido sonoro dove registrazioni acustiche e strumenti digitali non coesistono semplicemente, ma si contaminano fino a diventare indistinguibili, come tessuti diversi che crescono sullo stesso corpo.

Fin dai primi minuti si percepisce una qualità tattile del suono. Le superfici sonore sono ruvide, a volte quasi epidermiche: scricchiolii, risonanze cavernose, pulsazioni distorte emergono come gesti primari, mai del tutto addomesticati.

Eppure, sotto questa apparente brutalità, si muove un sistema di micro-eventi delicatissimi: fruscii, echi lontani, filamenti armonici che appaiono e scompaiono come presenze fantasmatiche.

L’impressione generale è quella di uno spazio instabile, un ambiente che non si lascia mai afferrare completamente. Le strutture ritmiche, quando si manifestano, evitano ogni regolarità: sono tronche, sbilanciate, deformate. Più che sostenere i brani, sembrano ostacolarli, come se l’intero impianto musicale fosse costantemente in lotta contro la propria forma.

In questo scenario, la voce compie un gesto inatteso e centrale. Spesso irriconoscibile, deformata fino a diventare pura componente timbrica, la voce di House Of Skin non si pone come veicolo di espressione tradizionale, ma come entità in cerca di un’identità.

È una voce che prova ad abitare questi paesaggi sonori senza mai riuscire a stabilizzarsi davvero: si fonde con i pattern melodici spezzati, si dissolve nei riverberi, riemerge come un residuo umano in un ambiente che umano non è più.

Quando emerge con maggiore chiarezza, non offre conforto; al contrario, mette in evidenza una tensione latente, un desiderio di coerenza che l’album sistematicamente nega. Proprio per questo, la sua presenza diventa uno dei fulcri più emotivi del disco: non perché racconti, ma perché resiste.

Registrato e prodotto in un arco temporale ampio (2022–2025), il lavoro lascia trasparire una trasformazione continua. Non si tratta di una progressione lineare, ma di una serie di mutazioni successive, come se ogni traccia appartenesse a uno stadio diverso della stessa creatura.

L’idea evocata è quella di osservare un’entità in evoluzione o, forse ancor più suggestivamente, di seguire un sistema orbitale composto da frammenti sonori che gravitano attorno a un centro mai rivelato.

Questa dimensione “orbitante” si riflette anche nella costruzione dell’ascolto: i brani non si chiudono mai davvero, si dissolvono lasciando scie, residui, possibilità aperte. L’album non chiede di essere compreso in senso narrativo, ma attraversato, quasi esplorato fisicamente.

È un territorio più che una sequenza. Ciò che rende ''House Of Skin'' un’opera particolarmente rilevante non è soltanto la sua ricerca timbrica, ma la capacità di mantenere una tensione costante tra controllo e disgregazione. Ogni elemento sembra sul punto di collassare, eppure non lo fa mai completamente.

In questo equilibrio precario si genera una forma di intensità rara: una bellezza disturbante, che non si lascia ridurre né a puro esperimento né a semplice esperienza sensoriale. In definitiva, ''House Of Skin'' è un disco che non offre appigli facili, ma proprio per questo rimane addosso.

Come una pelle nuova, ancora sensibile, ancora in fase di definizione. (Andrea Rossi)