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DEAR LUNACY  "Lunacy"
   (2026 )

Bell'esordio, questo. Ascoltando “Lunacy”, EP dei Dear Lunacy, mi sembra di riconoscere una precisa scena di rock alternativo americana, ma non riesco a identificare un nome. A tratti sento i 30 Seconds To Mars, a momenti i Sum 41, i P.O.D., ma nessuno di questi corrisponde alla somiglianza.

Di sicuro invece non c'entrano gli Zebrahead, troppo goliardici: i Dear Lunacy si prendono sul serio. Apprezzo che ci siano stati inviati i testi, cosa non scontata. Significa che è richiesta una certa attenzione alle parole.

Il sound pop punk accompagna testi introversi e analitici, come quello del pezzo d'apertura “Tarot”, alla ricerca di un'identità: “My face is blank because is the sum of everything else”. Si confondono maschera e volto, come cantato in “Lunacy”: “The mask I used to escape is my real face”.

La maschera è la reale faccia perché il protagonista sarebbe un “matto”, ma chiunque può diventarlo, come ricorda il testo: “Take the sanest man alive, give him one bad day to reduce him to lunacy, put him on a razor's blade, and he won't be called sane again”.

“Drops” attraversa la paranoia e la crisi d'ansia, con gocce di rubinetto nascoste nell'arrangiamento, e racconta quanto alcune medicine possano spegnere sia l'ansia che l'amore: “All the light you bring inside my life, become cold and sad across a glass of xan”. Xan... Xanax! Ma ragazzi, non è presto?

“Stone Diary” continua il racconto ansiogeno partendo dall'insonnia. Il protagonista è sveglio alle 4 di notte a controllare il telefono, e a quanto pare il rapporto di coppia viene infestato dalla paura di vivere più a fondo: “I never asked you to be your whole world, we left our hearts on the bench on purpose”.

Piuttosto che proseguire, il protagonista chiede di essere dimenticato, anche perché forse l'altra persona non faceva sul serio, come emerge dal recitato telefonico: “I don't really know what you want from me, but make up your mind quickly, 'cause I'm tired of these childish games. So bye”.

I Dear Lunacy sono brianzoli, e nonostante l'EP fino a qui sia stato cantato in inglese, si conclude con una bonus track scritta in italiano: “Abbastanza”. Forse la scelta è voluta, perché il testo stesso conclude le strofe con: “Ora parlo la tua lingua”.

Il bisogno di essere capito subito dai connazionali qua è fondamentale; i Dear Lunacy si rivolgono alla propria generazione (credo Z) a fare i conti: “La mia generazione non sa far altro che piangere, perde tempo e prende gocce senza mai concludere, perché sogna ad occhi aperti un mondo che non c'è”.

Anche chi canta non si sottrae dal raccontare i suoi sogni (forse) impossibili: “Voglio suonare coi big, avere un bar tutto mio, che quella tipa mi guardi e dica ti voglio io, voglio cantare in America, andare in tournée, ballare il pogo coi fan, suonare e avere il cachet. Voglio vedere il deserto, Rio e Santo Domingo, nei quartieri a L'Avana ballare salsa cubana”.

Come un life coach, giustifica l'attuale distanza dai sogni così: “E mi chiedo se forse non ho urlato abbastanza”. No, amico mio, non c'entrano le urla, semmai c'entrano circostanze situazionali-musicali così squallide e banali che non meritano neppure di essere menzionate; ma lo sfogo suona molto più autentico, rispetto ai sogni materialisti e nichilisti dei trapper.

C'è una fortissima voglia di vivere, e da buon gen Y mi son commosso a risentire questo genere così familiare, per chi è cresciuto tra la fine degli anni '90 e i primi 2000. (Gilberto Ongaro)