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ALBERT ENO  "II"
   (2026 )

Con ''II'', Albert Eno dimostra che il difficile non è uscire dall’ombra di una band di culto, ma costruire un linguaggio personale capace di tenere insieme memoria e visione.

Dopo l’esperienza nei Kismet – colonna sonora di un certo alternative rock anni ’90 fatto di chitarre ruvide e lirismo malinconico – Eno torna con un disco che non si limita a citare i grandi, ma li attraversa come stanze di una stessa casa sonora.

Fin dalle prime tracce si percepisce un impianto più intimo rispetto al debutto solista: le chitarre, ancora centrali, sembrano “respirare”, lasciando spazio a riverberi ampi e ad una voce che si muove tra confessione e invocazione.

L’ombra di John Lennon aleggia nella costruzione melodica di alcuni ritornelli: linee semplici ma efficaci, che puntano a una sincerità disarmante più che alla complessità. Non è imitazione, ma una sorta di etica compositiva: dire molto con poco.

L’omaggio a Jeff Buckley emerge invece nel trattamento vocale. Eno esplora falsetti fragili e improvvisi slanci emotivi, giocando su dinamiche che passano dal sussurro alla tensione quasi mistica. In alcune ballate si ha l’impressione che il tempo rallenti, come se il brano si fermasse per ascoltare il peso delle parole.

Quando il disco si fa più scuro, l’influenza di Chris Cornell e del grunge più espressivo diventa evidente. Le chitarre si ispessiscono, la ritmica si fa più serrata, e la voce prende corpo in registri più graffiati. Tuttavia, Eno evita la pura nostalgia: anziché replicare un’estetica anni ’90, ne distilla l’urgenza emotiva, adattandola a una sensibilità contemporanea più riflessiva.

Il dialogo con i Nirvana si percepisce invece nella struttura di alcuni brani: strofe trattenute che esplodono in ritornelli catartici. Qui il lavoro di produzione è particolarmente riuscito, perché riesce a mantenere un equilibrio tra ruvidità e pulizia. Le distorsioni non sono mai decorative, ma funzionali al racconto, come crepe in una superficie altrimenti levigata.

Infine, c’è il lato più “britpop” del disco, dove affiora l’influenza degli Oasis. Alcune progressioni armoniche e cori stratificati evocano quell’idea di grandezza pop che guarda agli stadi, ma Eno la ridimensiona con un approccio più introspettivo. Anche quando il suono si apre, resta sempre un senso di distanza, quasi un pudore emotivo che impedisce al disco di diventare celebrativo.

Uno degli aspetti più interessanti di ''II'' è proprio questa tensione tra espansione e sottrazione. I riferimenti sono chiari, quasi dichiarati, ma non diventano mai vincoli. Piuttosto, funzionano come coordinate attraverso cui Eno costruisce un percorso personale, fatto di contrasti: luce e ombra, tensione e quiete, memoria e presente.

Dal punto di vista lirico, il disco sembra ruotare attorno a temi di perdita, identità e riconciliazione. I testi non cercano mai la frase a effetto; preferiscono immagini quotidiane che diventano simboliche attraverso la ripetizione e il contesto musicale. È un approccio coerente con l’estetica generale del lavoro: tutto è misurato, nulla è eccessivo.

In definitiva, ''II'' è un disco che vive di equilibrio. Non è un’opera rivoluzionaria, ma è profondamente consapevole. Albert Eno dimostra di saper abitare le influenze senza esserne schiacciato, trasformando un mosaico di riferimenti in una voce riconoscibile. È un lavoro che crescerà con gli ascolti, rivelando dettagli e sfumature a chi avrà la pazienza di tornare ad ascoltarlo.

Un secondo capitolo solido, maturo, che conferma Eno come artista capace di guardare al passato senza smettere di cercare il proprio futuro sonoro. (Andrea Rossi)