COWARDS "Can you hear me?"
(2026 )
Con ''Can You Hear Me?'' i Cowards compiono un passo deciso nel proprio percorso, senza rinnegare nulla della tensione primordiale che li ha definiti fin dagli esordi.
Il power trio marchigiano affila ulteriormente il proprio linguaggio, trasformando la materia rumorosa in una narrazione compatta, dove ogni suono sembra emergere da una crepa emotiva ancora aperta.
Se ''God Hates Cowards'' (2025) rappresentava l’urgenza di esistere, quasi un manifesto istintivo e abrasivo, questo nuovo lavoro appare come una sua evoluzione più consapevole, capace di allargare il fuoco dall’individuo al contesto collettivo.
Il cambio di prospettiva non attenua la loro identità: al contrario, la rafforza, rendendo ancora più incisiva quella miscela di noise, shoegaze e post-punk che affonda chiaramente le radici negli anni ’90 ma si rifiuta di restarne prigioniera.
Le otto tracce scorrono come un unico blocco sonoro, un continuum che rinuncia alla forma-canzone tradizionale per abbracciare un flusso emotivo costante. Non ci sono veri e propri stacchi: ogni episodio sembra una variazione di uno stato d’animo irrisolto, attraversato da chitarre stratificate che alternano muri di feedback a improvvise aperture sospese.
In questo spazio si muovono le due voci di Luca Piccinini e Giulia Tanoni, spesso in dialogo, talvolta in contrasto, sempre immerse in un paesaggio sonoro denso e instabile. L’ingresso di Michele Prosperi alla batteria si rivela fondamentale: il suo drumming non cerca mai il protagonismo, ma lavora per sottrazione e tensione, costruendo un’impalcatura ritmica che sostiene il caos senza addomesticarlo.
È proprio questa dialettica tra controllo e disgregazione a definire il cuore del disco: un equilibrio precario, dove la saturazione sonora convive con momenti di apparente sospensione. Il tema della paura attraversa l’intero album come una linea sotterranea. Non è una paura spettacolare o dichiarata, ma qualcosa di più subdolo e quotidiano: un dispositivo che paralizza, frammenta, distorce la percezione.
I Cowards riescono a tradurla in suono senza didascalismi, facendo sì che sia l’ascoltatore a percepirne il peso, più che a comprenderla razionalmente. Le distorsioni si fanno allora metafora, le pause diventano vuoti da riempire, i riverberi assumono la forma di echi interiori.
In questo senso, ''Can You Hear Me?'' funziona anche come processo di decostruzione: smonta l’emotività nei suoi elementi essenziali e la ricompone in una lingua musicale che privilegia la sensazione alla forma. Non c’è mai compiacimento, né ricerca di soluzioni rassicuranti. Ogni scelta sembra guidata dalla necessità di restare fedeli a una visione ruvida, diretta, priva di compromessi.
Pur dentro una matrice dichiaratamente debitrice a certo alternative rock novantiano, i Cowards evitano il rischio della nostalgia sterile. Le influenze – dal grunge più torbido allo shoegaze più etereo – vengono assorbite e restituite in una forma personale, dove il rumore non è semplice estetica ma linguaggio espressivo.
Il risultato è un disco che non cerca di piacere immediatamente, ma di restare. Un lavoro che si insinua lentamente, lasciando dietro di sé una sensazione di inquietudine persistente. ''Can You Hear Me?'' non offre risposte, né tantomeno consolazione: è piuttosto un invito a confrontarsi con ciò che spesso si preferisce ignorare.
E forse è proprio qui che risiede la sua forza più autentica. Non tanto nella potenza sonora – comunque notevole – quanto nella capacità di rendere tangibile l’invisibile, trasformando la paura da limite a punto di partenza. Un ascolto che richiede attenzione, ma che ripaga con profondità e coerenza. (Andrea Rossi)