DELPHINE JOUSSEIN & KIT DOWNES "Happy hurricanes"
(2026 )
C’è un momento, ascoltando ''Happy Hurricanes'', in cui si smette di cercare coordinate.
Organo a canne e flauto: sulla carta, una combinazione che evoca subito sacralità, misura, persino una certa compostezza liturgica. E invece Kit Downes e Delphine Joussein entrano in scena come due perturbazioni atmosferiche che si rincorrono, si sfidano, si fondono.
Non c’è preghiera qui, se non quella selvaggia della libertà sonora. Fin dalle prime battute si percepisce che l’organo di Downes non sarà un fondale statico né uno strumento di sostegno. È un organismo vivo, un respiro collettivo che pulsa, ringhia, stratifica armonie come nuvole in movimento.
Joussein, dal canto suo, usa il flauto come un’estensione nervosa del corpo: soffio, frizione, canto spezzato, accenti tribali. Più che dialogare, i due strumenti si attraggono e respingono come correnti d’aria calda e fredda, generando vortici imprevedibili.
Il titolo ''Happy Hurricanes'' non è un vezzo poetico, ma una dichiarazione d’intenti. Queste “tempeste felici” sono fatte di contrasti: bellezza e rumore, slancio e frattura, contemplazione e impulso fisico.
Il suono dell’organo può diventare improvvisamente greve, quasi minaccioso, mentre il flauto si insinua come una linea luminosa, solo per poi scivolare verso territori più ruvidi, graffiati, quasi percussivi.
E in mezzo, una sensazione di groove sorprendente: non il ritmo binario della tradizione, ma un’energia sotterranea, solida, che tiene insieme tutto il flusso.
Uno degli aspetti più affascinanti del disco è il modo in cui i musicisti lavorano su un tema emotivo ricorrente: conforto e disagio. L’organo può essere una casa, un rifugio armonico, ma un attimo dopo si trasforma in un labirinto di frequenze, un luogo dove perdersi.
Il flauto, invece, alterna carezze melodiche a esplosioni di fiato, come se ogni frase volesse testare la soglia tra controllo e abbandono. Questa tensione non viene mai risolta davvero: si espande, si reinventa, ritorna sotto nuove forme.
E poi ci sono le campane — vere o suggerite — che sembrano emergere come echi lontani, segnali di orientamento in mezzo al caos. Non sono mai decorative: sono chiamate, interruzioni, soglie. Ogni rintocco apre uno spazio nuovo, quasi rituale, senza mai cadere nel già sentito.
È come se ogni suono fosse un passaggio, un invito a spostarsi altrove. Ciò che rende ''Happy Hurricanes'' così potente è la totale assenza di compromessi. Downes e Joussein non cercano di “far funzionare” una combinazione insolita, ma la mettono costantemente alla prova, portandola oltre i propri limiti.
Il risultato è una musica che si muove tra jazz, improvvisazione radicale e paesaggio sonoro contemporaneo, senza mai stabilizzarsi in un genere preciso. Alla fine dell’ascolto resta una sensazione rara: quella di aver assistito non tanto a un’esecuzione, quanto a un processo vivo, in continua trasformazione.
Un inno — sì — ma non lineare, non rassicurante. Piuttosto un inno infinito alla libertà, dove ogni nota è scelta nel momento stesso in cui nasce. ''Happy Hurricanes'' non è un disco da capire: è un fenomeno da attraversare.
E, come ogni tempesta che si rispetti, lascia dietro di sé un’aria diversa. Più elettrica, più aperta. Più viva. (Andrea Rossi)