iBUCA "1955"
(2026 )
''1955'' è uno di quegli album che non sembrano un debutto: suona già come il punto d’arrivo di un’estetica chiara, coltivata a lungo (il loro singolo d'esordio fu addirittura nel 2018), e solo ora messa in scena con la sicurezza di chi ha trovato la propria voce.
Il duo pescarese iBuca si muove, anche grazie alla produzione di Wrongonyou, in quella terra di mezzo dove il cantautorato italiano incontra un pop alternativo dal respiro internazionale, senza mai scivolare nell’imitazione o nella posa.
Il titolo, ''1955'', non è un vezzo vintage (si riferisce all'anno di nascita del padre dei due ragazzi): è una chiave di lettura. L’album sembra attraversato da una nostalgia che non è mai passatista, ma piuttosto un modo per interrogare il presente.
Le melodie hanno un calore analogico, quasi cinematografico, mentre le produzioni giocano con synth morbidi, chitarre liquide e ritmiche che guardano all’indie-pop contemporaneo.
La penna degli iBuca è asciutta, precisa, capace di raccontare emozioni quotidiane senza cadere nei cliché. C’è un’attenzione quasi artigianale per le immagini: ogni brano sembra costruito per evocare un luogo, un odore, un dettaglio che resta addosso.
Si tratta di un cantautorato che non ha paura di essere intimo, ma che allo stesso tempo non rinuncia a un taglio pop accessibile. La forza del disco sta anche nella sua coerenza sonora. Le tracce dialogano tra loro come capitoli di un unico racconto, con arrangiamenti che non cercano mai l’effetto speciale, ma lavorano per sottrazione.
È un pop che respira, che lascia spazio alle voci e alle parole, e che proprio per questo risulta più incisivo. ''1955'' è un esordio maturo, consapevole, che mette subito in chiaro l’identità degli iBuca: un duo capace di unire sensibilità cantautorale e gusto contemporaneo senza perdere autenticità.
È un disco che non urla, ma resta. E che fa pensare che questo sia solo l’inizio di un percorso destinato a crescere. (Andrea Rossi)