PLACEBO "Placebo re:created"
(2026 )
Avanti per i tempi ma fuori tempo massimo, il triste destino di una band in cerca di identità. L’anagrafe è implacabile quasi come l’agenzia delle entrate.
Ebbene sì, nella preistoria sono stato anche io a Sanremo, per carità non sul palco ma in sala stampa, correva l’anno in cui i Placebo parteciparono come superospiti, nel 2001 (conduceva la mitica Raffaella Carrà, e c’era Megan Gale testimonial della Omnitel).
I Placebo, lo ricordiamo per i meno vecchi, eseguirono il brano “Special K.” (dal terzo album “Black Market Music”) rifiutando di cantare in playback.
Come avrebbe fatto Syd Barret, rimasto muto a “Top of the pops” volendo così prendere in modo più spedito la via dell’uscita dal gruppo e l’immersione nel buco nero che lo divorò di lì a poco fino alla morte nel 2006?
Macché, Brian Molko spaccò violentemente la sua chitarra contro un amplificatore tra i fischi del pubblico benpensante e benpagante in sala, creando non poche polemiche.
L’impressione che se ne ebbe allora fu di un gesto carnevalesco fuori tempo massimo, che nemmeno al più triste emulo di Jimi Hendrix o dei Sex Pistols sarebbe stato perdonato.
Di lì a poco sarebbe venuto l’11 settembre a cambiare le carte di tutto. Però fu una edizione memorabile anche per quello, oltre che per la vittoria di Elisa con il brano "Luce (Tramonti a nord est)", il secondo posto per Giorgia con “Di sole e d’azzurro”, l’ultimo dei Blu Vertigo con “L’assenzio” (oggi considerato di culto) e l’esibizione di Eminem tra i fischi della comunità gay.
E vi risparmio i nomi dei tanti spariti come lepri dai radar il giorno dopo l’esibizione. Preistoria davvero.
Archiviato il siparietto memorialistico, diciamo che l’operazione dei Placebo di oggi (torneranno live in autunno a Milano e Zurigo) di guardare al passato, come fanno in molti per carenza di idee e soldi sul conto, almeno ci mette un po’ di creatività.
Per lo scoccare del trentennale (il cofanetto celebrativo già l’avevano sciroppato per il ventennale con tanto di video e rarità) riesumano il disco che li ha lanciati con il titolo omonimo, considerato tra i migliori della ondata britpop, e ci lavorano sopra con il mixer.
Intendiamoci, Molko (per quanto energetico e vocalmente unico e magnetico sul palco), con quell’aura maledetta che ha conquistato i fan (e forse all’epoca vedova fresca dei Nirvana ci stava), in realtà non è Bowie né Lou Reed, nemmeno Kurt Cobain, e nemmeno Morrissey né tantomeno Robyn Hitchcock, e non ha l’irresistibile ironia dei Green Day o, parliamoci chiaro, la capacità di segnare un’epoca come Oasis o simili.
Ma sul lungo periodo si rivela un astuto artigiano di sé stesso al di là delle etichette. Perché qui si pone la domanda cruciale: come sopravvivere a sé stessi con un’aura tossica che fa curriculum, ma a lungo andare non basta visto che i suoni non hanno subito metamorfosi epocali come quelli dei Radiohead tanto per fare un esempio?
“Consideriamo questo lavoro come un director’s cut - spiegano Molko e il socio, fin dagli esordi unico altro titolare della ditta, Olsdal - non l’abbiamo ricreato da zero, ma siamo tornati ai nastri originali per riportare trent’anni di esperienza nel suonare questi brani dal vivo all’interno del disco”, che detta così può sembrare una grande figata, ma c’è di mezzo comunque il pubblico, non si suona né si incide per mamma papà e quattro amici al bar.
Ergo, ai fedelissimi, che non si stracceranno le vesti per questo affronto alla filologia d’autore, il compito di verificare se hanno realizzato l’intento, visto che molta ruvidezza dell’originale pare sia stata limata e adeguata ai gusti opinabili di oggi, per i neofiti invece una buona porta d’ingresso per conoscere un gruppo che comunque oggi, nel vuoto pneumatico, rischia di diventare anch’esso di culto. Ma tanto varrebbe in tal caso fidarsi dell’originale.
E concludiamo con una nota di amarezza proprio alla Placebo, riascoltandoci brani come “Teen angst”: le tematiche della devianza e del dolore nei giovani cantate allora da Molko e soci, quanto sono attuali anche oggi, in tempo di deserto mentale digitale?
Peccato non ci sia nessuno a cantare come si deve questa emergenza sociale devastante, che meriterebbe uno come Ian Curtis, tanto per dire.
Voto 7,5. (Lorenzo Morandotti)