recensioni dischi
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GIGI SELLA & PAOLO VIANELLO  "Infant eyes"
   (2026 )

“Infant Eyes” di Gigi Sella & Paolo Vianello è un disco che non si limita a rendere omaggio a Wayne Shorter: lo riporta nel presente, lo riaccende, lo riascolta da un’angolazione che non è quella della nostalgia ma della rinascita.

È un lavoro che parte da un’intuizione semplice e rischiosa: per avvicinarsi davvero a Shorter, bisogna tornare al momento in cui la sua voce stava ancora prendendo forma, quando il trentenne Wayne lasciava i Jazz Messengers di Art Blakey per entrare nel quintetto di Miles Davis e ridefinire, quasi senza volerlo, il linguaggio del jazz moderno.

Sella e Vianello scelgono proprio quel crocevia del 1964, quando Shorter non è ancora il monumento che diventerà, ma un compositore febbrile, inquieto, già profondamente personale. È un periodo in cui le sue melodie sembrano linee tracciate nell’aria più che sulla carta, e i suoi brani sono mappe di territori ancora inesplorati.

Il disco non si limita a ripercorrere quel momento: lo osserva da dentro, come se i due musicisti si fossero seduti accanto a Shorter in studio, ascoltando il modo in cui una frase nasce, si spezza, si ricompone.

Gigi Sella non cerca mai di “essere” Shorter, e questa è la forza del disco. Il suo sax non copia, non cita, non replica: dialoga. È un suono che conosce bene la fragilità e la tensione delle prime composizioni shorteriane, ma le attraversa con una sensibilità contemporanea, più asciutta, più diretta.

Le frasi non sono mai decorative: sono scelte, come se ogni nota dovesse giustificare la propria presenza. Paolo Vianello costruisce un pianismo che non accompagna ma orienta. Le armonie sono spesso sospese, come se volessero ricordare che Shorter, in quegli anni, stava già scardinando la logica del “tema-assolo-tema”.

Vianello lavora sulle ombre, sui vuoti, sulle aperture improvvise: non ricostruisce il contesto del secondo quintetto di Miles, ma ne cattura lo spirito, quella sensazione di camminare su un terreno che si muove sotto i piedi.

La cosa più sorprendente di ''Infant Eyes'' è che, pur partendo da un periodo storico preciso, non suona mai come un esercizio filologico. È un disco vivo, che respira, che si muove. Sella e Vianello non cercano di riportare Shorter nel 1964: lo portano nel 2026.

E nel farlo dimostrano che la sua musica non è un’eredità da conservare, ma una domanda ancora aperta. Il risultato è un lavoro che restituisce a Shorter la sua giovinezza creativa, quella fase in cui ogni brano era un esperimento, un rischio, un salto nel vuoto.

''Infant Eyes'' non è quindi un tributo: è un atto di fiducia. Fiducia nel fatto che la musica di Shorter possa ancora generare movimento, ancora generare stupore, ancora generare futuro.

È un disco che non chiede di ricordare Wayne Shorter: chiede di ascoltarlo di nuovo, come se fosse la prima volta. (Andrea Rossi)