VARV "Transit"
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Con ''Transit'', il duo Varv – Andrea Cappi alle tastiere e Francesco Mascolo alla batteria – compie un passo ulteriore lungo un percorso già chiaramente tracciato con ''Lowlands'' (2024), ma qui portato a una maturità più consapevole e sfaccettata.
Il titolo non è soltanto evocativo: è una chiave d’ascolto. ''Transit'' è infatti un album che abita il passaggio, la soglia, il momento in cui le forme non sono ancora stabilizzate ma già contengono in sé tutte le possibilità del loro sviluppo.
Il cuore del progetto resta invariato: un incrocio fertile tra jazz contemporaneo ed elettronica, in cui composizione, improvvisazione e manipolazione del suono convivono senza gerarchie.
Tuttavia, rispetto all’esordio, qui la scrittura sembra più stratificata, più attenta alle dinamiche interne del suono, come se ogni traccia fosse il risultato di un processo di sedimentazione, richiamando perfettamente l’immagine geologica della “varva”.
Ogni strato sonoro registra un tempo, una trasformazione, una traccia di ciò che è stato e che continua a riverberare. Le sei tracce che compongono l’album funzionano così come sei sezioni di un unico flusso narrativo.
Non c’è una ricerca di tematiche facilmente riconoscibili, quanto piuttosto un continuo ridefinirsi delle relazioni tra i due strumenti. Le tastiere di Cappi costruiscono ambienti cangianti: ora granulari, ora liquidi, ora attraversati da sequenze elettroniche che sembrano emergere dal fondo con una logica quasi organica. La batteria di Mascolo non si limita a sostenere o articolare un tempo: lo piega, lo interrompe, lo smaterializza, diventando elemento dialogico a pieno titolo.
È proprio nel dialogo che ''Transit'' trova la sua ragion d’essere. Le strutture oscillano tra apertura e controllo, tra libertà improvvisativa e tensione formale. In alcuni momenti la musica sembra espandersi senza margini, in altri si concentra in cellule più definite, quasi a voler mettere alla prova i limiti delle proprie possibilità.
Questa oscillazione non è mai arbitraria: è il risultato di un ascolto reciproco costante, di una negoziazione continua tra gesto e spazio sonoro. Uno degli aspetti più interessanti dell’album è la gestione del suono come materia in divenire.
Non esistono timbri statici: tutto è sottoposto a modulazione, a mutazione. Le sequenze elettroniche non sono meri elementi decorativi, ma veri e propri agenti di trasformazione, capaci di alterare la percezione del tempo e dello spazio. In questo senso, ''Transit'' si avvicina più a un’esperienza immersiva che a una semplice raccolta di brani.
L’idea di paesaggio – già implicita nella poetica del duo – qui emerge con maggiore chiarezza. Non si tratta però di paesaggi descrittivi o figurativi, bensì di spazi astratti, costruiti per stratificazione.
Ogni traccia apre una finestra su un territorio sonoro che si dispiega lentamente, rivelando dettagli progressivi, come se l’ascoltatore fosse invitato ad attraversarlo più che a osservarlo.
Rispetto a molta produzione crossover contemporanea, i Varv evitano il rischio dell’eclettismo superficiale. La fusione tra jazz ed elettronica non è mai un fine, ma uno strumento per interrogare il suono e le sue possibilità narrative.
In ''Transit'', questa ricerca si fa più radicale: il linguaggio si espande, ma allo stesso tempo si concentra, scavando in profondità nelle proprie strutture interne.
In definitiva, ''Transit'' è un lavoro che conferma e rilancia l’identità dei Varv. Un disco che richiede attenzione, ma che restituisce un’esperienza ricca e stratificata, capace di rinnovarsi a ogni ascolto.
Come una varva, appunto: un accumulo di tracce che racconta il tempo, ma anche la sua continua trasformazione. (Andrea Rossi)