ELETTRO MASCARIMIRI "Tradisco"
(2026 )
Con ''Tradisco'', secondo capitolo del progetto Elettro Mascarimirì, Claudio “Cavallo” Giagnotti compie un passo deciso verso una forma compiuta e riconoscibile di quella che i Mascarimirì chiamano da tempo “Tradinnovazione”: un processo in cui la tradizione non viene conservata ma attraversata, tradita – appunto – per diventare materia viva e contemporanea.
Il titolo è programmatico e ambiguo: “tradire” non come rottura, ma come gesto necessario per permettere alla tradizione di sopravvivere al presente. E infatti, lungo l’album, pizziche, tammurriate e tarantelle non sono mai citazioni nostalgiche, bensì cellule ritmiche che vengono smontate e ricostruite in una nuova grammatica sonora.
Il cuore pulsante resta sempre ''lu tamburreddhu'', che qui non è semplice percussione ma vero e proprio vettore di identità: un battito tribale capace di dialogare con sequencer, synth e drum machine.
Rispetto al già significativo ''Music for Dancing'' (2021), ''Tradisco'' amplia l’orizzonte sonoro e ne radicalizza le intuizioni. Se il precedente lavoro era un laboratorio aperto, questo disco appare come una dichiarazione d’intenti più compatta e consapevole.
I beat si fanno più marcati, spesso richiamando le pulsazioni disco e proto-house degli anni ’70 e ’80, ma senza mai scadere nella citazione pedissequa: l’elettronica è filtrata, sporca, volutamente organica, lontana dalla perfezione digitale e più vicina a una dimensione psichedelica e carnale.
Il risultato è una musica profondamente fisica, quasi rituale. I brani non costruiscono semplici strutture da ascolto, ma veri e propri spazi di movimento: c’è un’idea chiara di corpo e di danza, che attraversa tutto il lavoro. È un club immaginario che non si trova in una metropoli europea, ma in una piazza salentina sotto il sole o nel buio di una festa notturna, dove la trance collettiva nasce dalla ripetizione e dalla variazione.
Tra i momenti più significativi spicca la rilettura electro della “Pizzica di Cutrofiano”, dedicata a Uccio Aloisi. Qui il rispetto per la tradizione convive con un’operazione audace: la linea melodica viene mantenuta come riferimento emotivo, mentre l’impianto ritmico viene riscritto attraverso loop ipnotici e stratificazioni elettroniche. È uno dei punti in cui il disco dimostra con più forza come la memoria musicale possa essere trasportata in un altrove senza perdere autenticità.
Di grande intensità anche il tributo a Vito Giannone, storico mandolinista dei Mascarimirì appena scomparso. In questo caso, l’elettronica si fa più discreta e lascia emergere una dimensione quasi elegiaca. Il mandolino – o la sua evocazione sonora – si inserisce in una tessitura che sembra sospesa tra passato e presente, generando uno dei momenti più emotivi dell’album, dove la “tradinnovazione” si carica di valore affettivo e umano.
Dal punto di vista sonoro, ''Tradisco'' si muove su un asse ben definito: mediterraneità, acid house e psichedelia. Le linee di basso sono elastiche e avvolgenti, i synth spesso acidi e pulsanti, mentre il tamburello scandisce il tempo con una precisione quasi ipnotica.
Ma ciò che rende il disco davvero interessante è la sua capacità di non scegliere mai tra tradizione ed elettronica: entrambe coesistono in un equilibrio dinamico, dove nessuna prevale definitivamente sull’altra.
In questo senso, Elettro Mascarimirì non è semplicemente un progetto di fusione, ma una vera e propria pratica culturale. ''Tradisco'' non cerca di “modernizzare” la musica popolare per renderla più appetibile, ma la utilizza come forza generativa per creare qualcosa di nuovo, che parla tanto alle piste da ballo contemporanee quanto alle radici del Sud Italia.
Il disco si inserisce così in un panorama più ampio di riletture delle musiche tradizionali, ma se ne distingue per coerenza e radicalità. Non ci sono compromessi né ammiccamenti: ''Tradisco'' è un lavoro che chiede attenzione e, soprattutto, partecipazione fisica. È musica che funziona davvero solo quando viene vissuta, ballata, attraversata.
In definitiva, ''Tradisco'' è un album che conferma la visione di Giagnotti e ne amplia le possibilità: un ponte vibrante tra passato e futuro, dove il tradimento diventa atto creativo e necessario. Un disco che non si limita a raccontare la tradizione, ma la mette in movimento, trasformandola in energia sonora condivisa. (Andrea Rossi)