recensioni dischi
   torna all'elenco


FILOSPADA  "Il linguaggio dei serpenti"
   (2026 )

A tre anni dall’esordio de ''Gli ultimi 4 disastri'', i Filospada compiono il passo decisivo: ''Il Linguaggio dei Serpenti'' non è semplicemente il secondo capitolo della loro storia, ma il disco che certifica la trasformazione del progetto in una vera band.

Con l’ingresso stabile di Jacopo De Donà alla batteria ed Emanuele Malfatti al basso, il songwriting conserva l’irrequietezza originaria ma acquisisce una nuova solidità ritmica, trovando nel formato trio la propria forma più naturale e istintiva.

Registrato interamente nel “Che Studio”, quartier generale creativo del gruppo, l’album nasce da una scelta tanto coraggiosa quanto coerente: una registrazione live in presa diretta, un vero e proprio one take che rifiuta qualsiasi tentazione di perfezionismo.

È proprio questa urgenza a definire il carattere del disco. Le canzoni respirano, si scontrano e procedono senza rete, lasciando emergere piccoli attriti e imperfezioni che diventano parte integrante del linguaggio della band. Il risultato è un lavoro compatto, nervoso e sorprendentemente coeso.

Musicalmente, i Filospada continuano a muoversi dentro coordinate indie-rock e slacker, ma lo fanno con una personalità sempre più riconoscibile. Le influenze non vengono mai esibite come citazione, bensì assorbite e restituite attraverso un immaginario personale, fatto di visioni sghembe, ironia surreale e improvvise ombre psicologiche.

L’apertura affidata a “Il magnifico dio crotalo” ne è la dichiarazione d’intenti: un brano obliquo e straniante che richiama certe intuizioni beckiane senza rinunciare a una propria identità narrativa. Da qui in avanti il disco si addentra in una geografia mentale incerta e disturbante.

“Neonato” trasforma una struttura quasi da ninna nanna in una piccola esplosione punk, mentre “Mr Maniaco” e “Prima sega” mettono in scena personaggi e situazioni sospese tra grottesco e disagio, mantenendo costantemente quell’equilibrio precario tra sorriso e inquietudine che rappresenta uno dei punti di forza della scrittura del gruppo.

La title track, “Il Linguaggio dei Serpenti”, è probabilmente il cuore concettuale dell’opera. Qui il trio amplia il proprio respiro, sfiorando una dimensione quasi corale che dona profondità a un racconto costruito attorno agli angoli più oscuri e indecifrabili della coscienza.

I serpenti del titolo diventano metafora di un linguaggio nascosto, ambiguo e seducente: quello dei pensieri che normalmente si preferisce ignorare ma che, in queste canzoni, vengono osservati senza filtri e senza giudizi.

Anche quando il disco assume toni più esplicitamente sociali, come accade in “Slovenia”, i Filospada evitano qualsiasi forma di retorica. La tensione politica emerge sottotraccia, intrecciandosi con la dimensione personale e contribuendo a rafforzare la compattezza narrativa dell’album.

''Il Linguaggio dei Serpenti'' è un lavoro che trova la propria forza nella spontaneità. Non cerca soluzioni rassicuranti né produzioni patinate: preferisce l’impatto diretto, la sincerità del gesto, la vibrazione reale di una band che suona insieme nella stessa stanza.

In questo senso rappresenta una crescita evidente rispetto all’esordio: meno dispersivo, più consapevole e capace di trasformare il caos emotivo in una forma espressiva precisa. Un disco che non offre risposte, ma invita ad attraversare le zone più ambigue della mente con curiosità e coraggio, seguendo il sibilo inquieto dei suoi serpenti fino all’ultima nota. (Andrea Rossi)