recensioni dischi
   torna all'elenco


DEATH-STATIC  "Red fire in the open"
   (2026 )

Gareth S. Brown non è certo un nome nuovo per chi frequenta da anni le periferie più appartate della musica indipendente britannica.

Dalle esperienze seminali con gli Hood ai Canvas, passando per una lunga teoria di progetti paralleli e identità alternative – The Unpleasants, Jerstice, Royal-Librarian – fino alle collaborazioni con Memory Drawings, The Declining Winter, Western Edges, Joshua Norton Cabal e Soar Throat, il musicista di Leeds ha costruito una discografia che sembra muoversi costantemente lungo i confini tra memoria, paesaggio e contemplazione.

Con ''Red Fire In The Open'', secondo capitolo del progetto Death-Static dopo il debutto ''Time Is Ignorance'', Brown prosegue quel percorso spingendosi però ancora più decisamente verso territori drone e ambientali.

L'album si sviluppa in appena tre composizioni, organizzate come un racconto sonoro in tre atti: preludio, intermezzo e corpo centrale. È però il brano conclusivo, che da solo occupa circa trentacinque dei cinquantadue minuti complessivi, a costituire il vero cuore pulsante dell'opera.

Qui Brown rinuncia quasi completamente a qualunque struttura tradizionale per costruire un'esperienza immersiva, che ha molto più a che fare con la percezione del tempo e dello spazio che con il concetto convenzionale di canzone.

L'impressione è quella di trovarsi all'interno di una meditazione guidata senza parole. Gli strumenti a mantice, gli organi, i violoncelli e le registrazioni ambientali vengono stratificati con una pazienza quasi artigianale, dando vita a un lento processo di trasformazione emotiva.

Le frequenze profonde dei droni iniziali evocano il peso e la frenesia di una grande stazione ferroviaria metropolitana: il rumore del movimento incessante, la stanchezza dei pendolari, la sensazione di essere trascinati da un ritmo che non concede pause.

Non si tratta di una rappresentazione descrittiva o cinematografica, bensì di una trasfigurazione emotiva di quello stato mentale. Progressivamente, però, ''Red Fire In The Open'' apre varchi nella sua stessa oscurità. I field recordings diventano meno oppressivi, gli armonici dei violoncelli acquistano luminosità e gli organi disegnano lente traiettorie ascensionali.

Il viaggio conduce verso un paesaggio completamente diverso: un bosco che si risveglia all'alba, attraversato dal canto degli uccelli e da una quiete finalmente riconquistata. È un passaggio realizzato con estrema naturalezza, senza brusche cesure, come se la città e la natura fossero due estremi dello stesso respiro.

Ciò che colpisce maggiormente è la capacità di Brown di evitare il rischio più comune della musica drone: l'immobilità. Pur lavorando con materiali minimali e sviluppi lentissimi, il disco mantiene una tensione narrativa costante. Ogni variazione, per quanto impercettibile, assume un significato preciso all'interno del percorso complessivo.

L'ascoltatore non è semplicemente invitato a contemplare un paesaggio sonoro, ma a percorrerlo, lasciandosi gradualmente alle spalle il rumore e il peso del quotidiano. Anche il lavoro di masterizzazione di George Mastrokostas (Absent Without Leave) contribuisce in maniera notevole al risultato finale. Il suono conserva una profondità avvolgente e una notevole ricchezza di dettaglio, permettendo alle numerose stratificazioni ambientali di respirare senza mai affollare lo spettro sonoro.

Più che un semplice seguito di ''Time Is Ignorance'', ''Red Fire In The Open'' appare come una naturale evoluzione della poetica di Death-Static. È un album che richiede tempo, attenzione e disponibilità all'ascolto profondo, ma che ripaga con un'esperienza intensa e sorprendentemente confortante.

Nella sua lenta transizione dall'alienazione urbana alla rinascita naturale, Brown sembra suggerire che la speranza non risieda in una fuga radicale dal mondo contemporaneo, bensì nella capacità di ritrovare, anche per pochi istanti, uno spazio interiore di quiete.

Pubblicato in una raffinata edizione limitata di sole 200 copie numerate a mano, ''Red Fire In The Open'' possiede inoltre quell'aura di oggetto prezioso che ben si accorda alla natura intima e contemplativa della musica contenuta al suo interno.

Un lavoro silenziosamente ambizioso, capace di trasformare il drone in un racconto di resistenza, trasformazione e possibilità. Tra le uscite ambient più evocative e riuscite dell'anno. (Andrea Rossi)